Johnny Jaspers è un artista spiantato che si ritrova a subire un’aggressione in cui la sua compagna viene brutalmente uccisa. Distrutto dal dolore, il pittore sceglie di togliersi la vita quando una figura misteriosa, in extremis, gli offre la possibilità di vendicarsi dei carnefici del suo amore. Ciò tuttavia ha un costo, l’anima di Johnny che si trasforma in una creatura sanguinaria che dispensa morte e distruzione con una coppia di lunghe lame affilate che gli spunta da ogni polso. A quel punto, lo sterminio dei suoi aggressori è solo l’inizio di un’orgia di sangue, violenza e vendetta. Faust, il fumetto culto di David Quinn e Tim Vigil (Editoriale Cosmo pag.160, euro 16,90, tre volumi), fa parte di una lunga serie di rivisitazioni di una storia, quella del patto con Mefistofele, dal respiro archetipico resa famosa da Marlowe e da Goethe. L’opera è figlia di una scena underground americana, quella a cavallo fra gli anni ’80 e i primi anni ’90, che ha prodotto volumi tuttora celebri come Teenage Mutant Ninja Turtles di Eastman e Laird, Odio di Peter Bagge e Il Corvo di James O’Barr oltre ai lavori di Rick Veitch, in un clima culturale estremamente fecondo e libero per il fumetto che in quegli anni ha drasticamente alzato l’asticella stabilendo un nuovo standard anche nel mainstream con i classici del periodo d’oro di artisti come Alan Moore, Frank Miller e il primo Grant Morrison. Lontani da logiche strettamente commerciali e sempre più legati a una dimensione multimedia che se da una parte sembra aprire nuove strade dall’altra assomiglia ogni giorno di più a una gabbia, i fumettisti creavano, soprattutto se lontani dalle major, a briglia sciolta, con un’energia e una spregiudicatezza mai visti né prima né dopo.

 

 

E il Faust di Quinn e Vigil è, nel bene e nel male, uno degli esempi più rappresentativi del periodo. L’opera è una discesa progressiva in un ribollente calderone di sesso esplicito e violenza splatterpunk in cui tutto viene rappresentato nei minimi dettagli anatomici e ginecologici che parte da un ribaltamento eversivo dell’estetica supereroica in cui il protagonista della storia è, costume e origini, un Batman in pieno bad trip con un tocco di Wolverine, gli artigli ai polsi, che all’epoca si stava scavando una nicchia sempre più ampia nei cuori dei fan. La rappresentazione degli aspetti più ferali e corrotti della natura umana è totalmente in your face: zero finezza, secchiate di sangue e un segno grafico di grana grossa poco fine ma di grande impatto, efficace nel rendere visivamente una storia in continua accelerazione nel proprio accantonare struttura e complessità in funzione di un linguaggio immediato che parla alla pancia con immagini cupe e iperviolente, in linea con l’estetica di un genere, l’horror, che stava vivendo la coda di un periodo fecondo e particolarmente privo di vincoli, l’epoca d’oro dello slasher che di lì a poco sarebbe stato progressivamente annacquato fino a perdere significativamente la propria capacità di suggestionare. Di tanta potenza espressiva Faust fa il proprio punto di forza, le pagine del fumetto colpiscono tuttora per la propria grezza ferocia con una ricchezza di dettagli che invita il lettore a esplorare in profondità prima di girare pagina. D’altro canto, l’opera di Quinn e Vigil diventa velocemente ripetitiva. La struttura esigua del fumetto lascia poco da seguire al lettore e, dopo qualche numero, le tavole per quanto suggestive finiscono per assomigliarsi tutte e la testata esaurisce quanto aveva da dire ben prima dei quindici numeri che ne scandiscono la durata, all’apparenza pochi ma comunque più che sufficienti. Faust non si può definire un completo fallimento artistico e non si può nemmeno accusare di essere un’opera del tutto datata, certo non è un fumetto moderno ma ancora colpisce, tuttavia c’è un problema di equilibri e proporzioni che nell’economia del tutto rende pesante un’opera che, nella propria imperfezione, rimane potente e spregiudicata.

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