Come una ferita. Come la passione. Il palco rosso, giocato, tagliato, scomposto dalle ombre (le luci di Orlando Bolognesi), è lo spazio di un kammerspiel (all’epoca del lockdown) vivo e dolorante. La voce over di Pippo Delbono è espressione vera e palpitante, grana amplificata, predica impastata di disillusione, intima e universale, che attinge alla poesia per disegnare una serie di tableaux vivants e chantants. Questa voce sta letteralmente, ancorché over, behind, dietro (e dentro) di noi, monologo interiore microfonato, osservazioni sognate alle nostre spalle, nell’ombra (l’autore entra, in principio, di bianco vestito, e si siede sul fondo della sala, minaccia e protezione). Sul palco si alternano visioni, canti, poesie, simboli, propriziati, commentati e ri-suonati da questa voce posteriore e postuma, colonna sonora, filo emotivo che lega e dispiega una trama associativa, che apre scorci, ascolta e commenta, spiega e confonde. E, se non rigidamente antifrastico, quel titolo, Amore, non è mai pura didascalia, o banale illustrazione, poiché questa liturgia laica racconta per riflessi, per metonimie, per assenze, mancanze e cortocircuiti, di che cosa parliamo quando parliamo (o non riusciamo a parlare) d’amore. 

 

 

 

«La parola è esattamente dove tu non sei», scriveva Roland Barthes, uno che del discorso amoroso ha lasciato segno e interpretazioni degne di nota. Delbono parte dalla sua poetica singolare e inconfondibile, dall’esperienza intima e, ahinoi, attuale e comune della paralisi, dalla perdita delle persone amate, per convocare in questa stanza infiammata, come in una danza grottesca messicana e gioiosa di vivi e di morti, i suoi compagni di viaggio, questa tribù di esseri unici e lirici, capaci di evocare, attraverso corpi, gesti, versi e strofe, immagini e aneddoti, la fatica (impossibilità e ineludibilità) dell’amare, e insieme un motore profondo. Il politico e il personale s’incrociano in un viaggio che, partendo dal Portogallo, gira per il mondo (dall’Angola a Capoverde, dal Brasile fino alla Catania vuotata dall’epidemia, dove l’Etna ha da dire la sua ancestrale incandescente verità), con l’attitudine di una nostalgia profonda, di ogni volto e ogni cosa. Un albero secco e spoglio, innaffiato quotidianamente, infine fiorisce: sembra una metafora quasi letterale e inevitabile del fare (e dell’andare a) teatro, ma non solo. Il rito, nella sua pervicace semplicità e costanza, è la forma della dedizione che conduce al miracolo. In questa ora densa di suggestioni questo spazio sospeso rivela dolore e bellezza del mondo, miseria e perfezione dell’umano, coincidenza degli opposti, sogno di una comunità che danza, e germoglia.

 

 

 

Una fune tirata come camicia di forza e cordone ombelicale, una madre terra onorata e impreziosita nella sua abbondanza, l’abbraccio materno e incondizionato di un corpo adulto, un canto straziante d’amore e perdita dell’Angola (dal volto incantevole di Aline Frazão), il fado e la saudade, il fato e la morte, Amleto che ascolta e si ritrova nei versi De Andrade e Prévert, Rilke e Espanca, e ri-scopre la poesia del mondo. C’è ancora un’urgenza viva e potente nel teatro di Pippo Delbono, una tensione autentica, palpabile, inesausta, che si scioglie in un abbraccio grato del pubblico, che non smette di applaudire il poeta/profeta che infine si corica sul palco, stremato e sterminato, alle radici dell’albero, ché il fiorire sognante di un anima si è (com)mosso sulle tavole del palco, riverberando, come per magia, nello spazio segreto di ogni spettatore, la sua ferita.

 

Foto di Luca Del Pia

Spettacolo visto al Piccolo Teatro Strehler di Milano, 7-12 giugno 2022

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