Wonder Beirut

La linea di demarcazione tra la realtà e la finzione passa probabilmente per le macerie lasciate dalla storia sullo scenario dell’umanità. Nel caso specifico si tratta dell’umanità libanese, polveriera che il destino del Medio Oriente ha voluto a combustione lenta, un po’ come accadeva alle foto di Wonder Beirut, il progetto installativo portato avanti tra il 1997 e il 2006 da Joana Hadjithomas e Khalil Joreige, basato su una serie di cartoline della capitale libanese realizzate da un immaginario fotografo e da lui bruciate, sin nei negativi, man mano che i bombardamenti distruggevano luoghi ed edifici in esse raffigurate… Non a caso quelle cartoline semibruciate, immagini ustionate come corpi vivi, appaiono anche nei titoli di testa di Autour de la maison rose, il primo lungometraggio, datato 1999, di questa coppia di artisti e filmmaker libanesi, alla quale il 39 Torino Film Festival dedica un Omaggio integrale. Era quello un film che si collocava criticamente nel cuore della Beirut degli anni ’90, quella di Rafiq al-Hariri in via di ricostruzione, dopo la guerra civile, a colpi di gentrificazione, un progetto a metà tra la visionarietà panaraba e la speculazione edilizia vera e propria. Autour de la maison rose era una commedia sospesa tra le macerie dei bombardamenti e quelle degli edifici abbattuti dalla dinamite per far spazio ai moderni palazzi di una metropoli che si immaginava proiettata verso un futuro luminoso. (In apertura un’immagine di Je veux voir).

 

Autour de la maison rose (1999)

 

Uno di questi edifici, la “casa rosa” del titolo, che aveva accolto dei rifugiati provenienti dai villaggi bombardati, era il protagonista di uno sfollamento che serviva già a Hadjithomas & Joreige per delineare nel loro immaginario tutte le criticità della storia libanese, compresi i settarismi che si riflettono nelle gelosie e nelle fazioni di quartiere. In realtà ciò che contava in quel film era la stanzialità del loro cinema nello spazio di Beirut, tra le macerie e i detriti di una ricostruzione che era reiterazione dei bombardamenti e degli sfollamenti della popolazione: una cartolina dalla città sventrata che, vista oggi, a distanza vent’anni, dialoga perfettamente con l’ultimo film di Hadjithomas & Joreige, quel Memory Box che è stato presentato (online) alla Berlinale 2021, titolo tra i migliori del concorso (eppure incredibilmente ignorato dalla giuria) e che descrive lo strazio libanese negli anni della guerra civile, narrandolo dalla doppia distanza prospettica di una madre fuggita dal Libano e di sua figlia cresciuta in Canada, costrette a confrontarsi con quel passato che si riversa su di loro come un profluvio di ricordi scaturito da un pacco postale, come fosse un dolente eppure vitalissimo Vaso di Pandora. Tra questi due film di finzione ci sono più di vent’anni di negoziazione del territorio tra la documentazione di uno spazio reale negato alla vita dei libanesi dalla Storia del loro paese e l’edificazione di un immaginario che lavora sulla inafferrabile concretezza materica delle immagini, per mostrare la sparizione della realtà tra i detriti lasciati dai bombardamenti e dalle guerre. È esattamente il terreno vago tra il documentario e la messa in scena che emerge sotto gli occhi di Catherine Deneuve in Je veux voir (2008), titolo bellissimo per un film fondamentale nel percorso di Hadjithomas e Joreige.

 

Joana Hadjithomas e Khalil Joreige

 

In esso la flagranza dell’impotenza dei due artisti di fronte al riaccendersi del conflitto libanese (è il 2006 della Guerra del Libano) diviene lo specchio in cui si riflette l’immagine della realtà in tutta la sua potenza. E il riflesso è quello contemplato dalla star per eccellenza del cinema francese, la Deneuve, che accetta di seguire Hadjithomas & Joreige in Libano perché decide di voler vedere con i propri occhi le conseguenze di una guerra. A fare da guida è Rabih Mroué, attore feticcio dei due filmmakers, che accompagna la diva in un tour a grado zero (nowhere to go se non detriti, macerie e paura diffusa delle bombe), che riproduce il destino di questo attore nel cinema della coppia, ovvero girare a vuoto per le strade di Beirut, dando corpo al labirintico smarrimento del proprio esserci ma non del proprio essere. Era già accaduto nel 2001, quando Mroué nel cortometraggio Rounds si era intrattenuto in un cameracar in forma di monologo sulla vanità del reticolo stradale della Beirut ricostruita.

 

Memory Box (2021)

 

Anche qui i due filmmaker davano forma a un dialogo muto tra l’immaginario visivo di una città dispersa nel proprio presente negato e l’assorbimento dell’energia vitale imposto ai viventi dalla crudeltà della Storia.

Ma la negoziazione tra realtà e finzione passa anche per la ricostruzione di un immaginario vero e proprio che corrisponda a una realtà identitaria resa sempre volatile e quasi astratta nelle anse della Storia e dei vissuti personali: così Hadjithomas & Joreije nel 2012 ricostruiscono l’incredibile eppure reale corsa allo spazio che il Libano intraprese negli anni ’60 in un formidabile documentario intitolato The Lebanese Rocket Society, mentre nel 2016 Joana Adjithomas intreccia in Ismyrna le origini greche della sua famiglia con quelle della poetessa e artista libanese-americana Etel Adnan (purtroppo scomparsa proprio pochi giorni fa) per ricostruire il grande incendio di Smirne degli anni Venti e la propria visione di una città sino ad allora mai visitata dalla regista. Ma c’è anche Khiam 2000-2007 che ricostruisce sul corpo vivo dei testimoni il dramma del campo di detenzione della cittadina libanese, sempre negato alla vista e rintracciato nel corpo delle parole e dei ricordi di chi ne è sopravvissuto.

Insomma, quando parliamo dell’opera di Joana Hadjithomas e Khalil Joreige, parliamo essenzialmente di qualcosa che ha a che fare con l’impermanenza della realtà nella permanenza della vita, ovvero di come il rapporto tra la dimensione materica, concreta, dell’esistere e il destino di sparizione dei viventi, la loro volatilità, sia una questione che si gioca sulla linea della memoria, del ricordare, del permanere degli oggetti, dei suoni, delle immagini. È esattamente quello che scaturisce da Memory Box, il loro ultimo film (distribuito in Italia l’anno prossimo da Movies Inspired) con una vitalità che travolge lo spettatore. Un oggetto visivo che scaturisce dall’esperienza vissuta degli autori e si traduce in un quadro visivo pieno e dolente, in cui la gioia del trovare e il dolore del perdere sono un tutt’uno.

 

A Joana Hadjithomas e Khalil Joreige il 39 Torino Film Festival dedica un Omaggio curato da Massimo Causo

A Perfect Day (2005)

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