Buio in sala. Il rombo di una tempesta. Si apre il sipario, un mare azzurro di teli si increspa, in cielo le nubi sono sempre più minacciose. Comincia così La tempesta di Alessandro Serra (che oltre alla regia ha curato traduzione, scene, luci, suoni e costumi) con un ribaltamento del punto di vista geniale: lo spettatore assiste alla scena dal fondo del mare, dove si trova Ariel (Chiara Michelini) cogliendo l’agitazione di quel che sta succedendo sulla nave, in balia delle onde, attraverso le voci di coloro che si trovano a fronteggiare la furia degli elementi. Poi si va al nero, il sipario si apre e su un palcoscenico di assi chiare che è insieme isola e luogo della rappresentazione appaiono Prospero (Marco Sgrosso) che chiede alla figlia Miranda (Maria Irene Minelli) di ripensare al passato e alle vicende che li hanno condotti sull’isola: «Che cosa vedi del passato nell’oscuro abisso del tempo?». La figlia non ha memoria, era una bambina e allora è il padre a rievocare quel che è successo 12 anni prima, nominando i personaggi che gli hanno fatto del male e facendoli comparire nella nebbia che si sta diradando, in particolare il fratello Antonio (Valerio Pietrovita), che ha tramato per prendere il suo posto come duca di Milano, in viaggio con Alonso (Massimiliano Donato), re di Napoli, suo fratello Sebastiano (Paolo Madonna), entrambi complici dell’usurpatore, e il saggio Gonzalo (Bruno Stori) che ha aiutato Prospero nella fuga. Sono loro i naufraghi della tempesta che a breve faranno la loro entrata in scena, a cui si aggiungono Ferdinando (Fabio Barone), figlio di Alonso, che Ariel ha separato dal resto della comitiva confinandolo «in un angolo remoto» e Caliban (Jared McNeill), lo schiavo figlio della strega Sycorax, che reclama il possesso dell’isola e si alleerà con gli ubriaconi Stefano (Vincenzo Del Prete) e Trinculo (Massimiliano Poli) per riaverla.

 

 

Mise en abyme potente ed efficace con uno spettacolo nello spettacolo all’ennesima potenza: quello a cui assistiamo come spettatori, quello che ha luogo sull’isola dove il sipario si apre e si chiude continuamente, con il capocomico Prospero che in più occasioni ringrazia il fedele servitore Ariel per aver recitato la sua parte alla perfezione, dicendo apertamene che deve usare gli spiriti «per un’altra messinscena», con Ariel che adora ricevere gli applausi e lo stesso Prospero che nel finale rinuncia al suo potere facendo battere le mani al pubblico e infine lo spettacolo che viene approntato a beneficio di Miranda e Ferdinando.  Come sempre succede negli spettacoli di Alessandro Serra ci sono tutte le altre arti: la pittura, il cinema con le dissolvenze al nero per separare le scene, il teatro di marionetta, la musica… Pura magia che senza inutili orpelli realizza l’incanto perché «noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e la nostra piccola vita è circondata dal sonno»: e allora un’asse di legno si trasforma in altalena per gli amanti, in tavola per il banchetto, in albero su cui arrampicarsi, così come i rami diventano legna che incorona lo schiavo un tempo padrone dell’isola o si fanno maschere sui volti degli spiriti o danno vita a un boschetto di tigli…

 

 

Un’opera sul potere del teatro («Il teatro sa aprire le porte della camera interiore di ciascuno di noi, la vita è più della vita», ha dichiarato Alessandro Serra intervistato da Anna Bandettini) e sul potere tout court. In più occasioni Serra ha dichiarato – lo ricorda nell’intervista ad Antonio Moresco sul programma di sala – che dopo Macbettu era sua intenzione realizzare una trilogia sul potere che sarebbe stata completata da Riccardo III e Re Lear e che quando si è messo al lavoro su La tempesta si è reso conto «della sua impressionante forza politica […]. L’isola di Prospero è il mondo, uno spazio sterminato e minuscolo circondato da un Mediterraneo ancora oggi pieno di cadaveri, che tutti vogliono conquistare, possedere e distruggere. C’è un’ascesa di usurpazioni…». A riprova, se ce ne fosse bisogno, della natura senza tempo di Shakespeare: la lingua imposta dai colonizzatori (Caliban dice «Mi avete insegnato a parlare e ora so maledire»), la questione razziale («detestabile schiavo, su cui mai potrà imprimersi orma di bontà», dice la mirabile Miranda di Caliban), il potere sugli altri (Prospero che comanda gli spiriti), gli intrighi per conquistare posizioni di rilievo (Antonio diventato duca di Milano vuol spingere Sebastiano a fare altrettanto con il fratello a Napoli, Caliban che convince Stefano e Trinculo a tramare contro Prospero…). Prospero, personaggio negativo, assetato di vendetta, che si è innalzato al di sopra dei suoi simili grazie alla sua arte divina(toria) riesce a cambiare il corso del suo destino perché impara la compassione da chi umano non è, lo spirito Ariel, e arriva così a perdonare i suoi nemici (nel finale riecheggiano con forza le parole «perdono» e «preghiera») aprendosi verso una dimensione spirituale che paradossalmente lo riporta alla dimensione umana nel momento in cui rinuncia ai suoi poteri: «Questa mia rozza magia abiuro, spezzerò il mio bastone, lo seppellirò e annegherò il mio libro in fondo al mare». Una grande lezione, di teatro e di vita.

 

 

Foto di Alessandro Serra

 

Moncalieri     Fonderie Limone       15 marzo – 3 aprile

Reggio Emilia      Teatro Valli           5-6 aprile

Roma             Teatro Argentina         28 aprile – 15 maggio

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