«Non restano che le ombre». Eugène Ionesco lo fa dire fin delle primissime battute: «Il en reste l’ombre». Come se Le sedie, che sono gioco forza anche quelle che occupiamo in sala, impossibile non percepirlo, non iniziasse che alla fine di tutto (di Amleto? Il resto è silenzio), potremmo dire. In una dimensione del post. In tempi non di pace e già così manifestamente apocalittici quali i nostri, la terra desolata, uno spazio chiuso (avvolto da un muro circolare nelle note originali dell’autore, qui sottilmente disattese), bruciato e abissale, cumulo di macerie lasciato in scena, interno nero, devastato e accatastato di sedie (che ricordano la silhouette sbilenca di una tour Eiffel in una Parigi disintegrata), sembra un luogo tanto più credibile quanto più (teatro dell’)assurdo, e il grottesco una declinazione in fondo verosimile e familiare di realismo. Io-n(on)esco rispecchia così – veggenza, oscura illuminazione e precisione quasi fin dal nome – la claustrofobia dell’oggi, il nostro essere vecchi e morenti, (de)relitti di un mondo perduto e sterile, malato e in guerra, bloccati in un domestico inabitabile e vano. 

 

 

In questa attesa/mancanza/blocco, i due canuti e incancreniti protagonisti, Adamo ed Eva clownescamente ribaltati e impolverati, malfermi arrancano nel loro inferno ritrovato, blaterando come dischi rotti di rimpianti, rievocando ricordi disgregati, monchi e sconnessi, segni e sogni di un passato (di bellezza e di fecondità mancate) che sfugge loro di mano, e nel vuoto co(s)mico e terminale di un ricevimento al contempo spettrale e aperto al mondo intero (che tuttavia è completamente assente), accolgono alla porta una corte invisibile di convitati, proiezioni di aspettative, illusioni e allusioni, fatti accomodare su quegli scheletri di mondanità e comodità perdute che sono le sedie. E le sedie accompagneranno significativamente il teatro postbellico, quasi ad acquisire più senso delle porte, da Pina Bausch a Deflorian/Tagliarini per fare due esempi in cui la simbologia ioneschiana sembra ritrovare posto. Le porte, del resto, sono chiuse, Sartre l’aveva pre-visto. Una finestra rimane l’unica apertura visibile di cielo, che sullo sfondo diviene possibilità e pericolo di altrove. Vocazione eternamente mancante, ricevimento fantasmatico, convocazione senza risposta, appello a vuoto, chiamata senza risposta, il resistere al mondo immondo di questa coppia terminale e sterile è annunciazione senza rivelazione, ultimo giro di giostra a vuoto, gioco già massacrato, in cui i riferimenti teologici e massianici, evocano in verità un cratere. Le sedie sono allora un “se dio”, coevo (1952) e altrettanto ipotetico dell’assurdo, della beckettiana attesa di God(ot), di quel medesimo anno.

 

 

Federica Fracassi e Michele Di Mauro, avvolti dai costumi cinerei di Alessio Rosati, giocano con mestiere e affiatamento sfinito a rendere il tono da “farsa tragica” (o di “forse tragico”) a questo atto unico mancato, dominato dalla frustrazione. Sotto una direzione discreta e a servizio di Valerio Binasco, i due sono protagonisti di questa forzatamente statica attesa (degli ospiti invisibili, dell’oratore professionista, del messaggio che salverà il mondo, con tanto di kafkiano imperatore al telefono) che appare sempre più una storiella, divertente in senso etimologico, per procrastinare in un vuoto di formule il baratro, nel quale, infine, si “faranno fuori”, letteralmente, i due testimoni della sparizione del mondo. Si ride senz’altro, a tratti  di questa dimensione regressiva, senza capo né coda («Tu avresti potuto essere un capo» ribadisce senza posa lei) e senza madre («Voglio la mamma» piange lui, ché «siamo tutti orfani, soli al mondo»). Di questa orfanitudine metafisica, in cui la coppia prova a supplire condensando ogni possibile ruolo e vivendo per procura imitatitiva, fingendo e, infine, abbandonandoci a quel palco vuotissimo. Noi, soli e orfani, sulle nostre sedie.

 

Milano, Teatro Carcano        15-20 marzo

Napoli, Teatro Bellini             29 marzo – 3 aprile

Vignola, Teatro Ermanno Fabbri    4 aprile

Modena, Teatro Storchi          7-10 aprile

Ravenna, Teatro Dante Alighieri     28 aprile – 1 maggio

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