Alex Katz. Dark Brown Hat, 2002

C’è ancora questa settimana ( (chiude il 18 settembre) per visitare al Mart di Rovereto la sublime mostra Alex Katz La vita dolce. La rassegna, da un’idea di Vittorio Sgarbi a cura di Denis Isaia, riporta dopo vent’anni in Italia l’opera dell’artista nato a New York nel 1927 e ancora in attività. Una quarantina di opere (oltre trenta di grande e grandissima dimensione) per confrontarsi con un pittore che ha ripensato i cardini della cultura di massa della società americana, della televisione, della pubblicità, rielaborando i tagli delle inquadrature cinematografiche e “nello stesso tempo, si appropria dei principi minimalisti spogliandoli dalle durezze ideologiche e soffermandosi sui caratteri più squisitamente formali che definiscono il gusto collettivo”. Katz è cresciuto a St. Albans, nel Queens, dove la sua famiglia si è trasferita nel 1928, poco prima dell’inizio della Grande depressione. Le sue prime influenze estetiche provenivano dai suoi genitori, immigrati che si erano incontrati in Russia durante la Prima guerra mondiale e si erano ritrovati di nuovo a New York. Sua madre, Sima, era un’attrice, una star del teatro yiddish nel Lower East Side, il padre morì quando lui aveva 16 anni. Nelle sue memorie, Invented Symbols: An Art Autobiography (uscite nel 2012) ricorda la sua formazione, il fatto che nel 1946, dopo un breve periodo in Marina,  sostenne l’esame di ammissione alla Cooper Union di New York, la scuola di arte, architettura e ingegneria che offriva lezioni gratuite. Il suo curriculum enfatizza l’arte moderna, con particolare attenzione al cubismo e al Bauhaus. Katz trascorreva gran parte del suo tempo disegnando, per lo più “composizioni di persone” – in giro per la città, nei ristoranti, in metropolitana. Sembra cercare una verità nascosta nelle apparenze. Rivela l’essenza di una persona, di un luogo con pochi colori e linee forti. (In apertura Alex-Katz. Woods, 2004).

 

Alex Katz. Song, 2003

Alla fine degli anni Cinquanta lavora a ritratti che fossero allo stesso tempo particolari e universali , persone reali che, per la loro resa minimalista e le impostazioni senza contesto, diventano archetipi. I dipinti hanno i contorni del realismo e allo stesso tempo si tuffano nell’astrazione. “Il vocabolario o la grammatica derivano esclusivamente dalla pittura astratta: questo è ciò che rende la mia pittura diversa da quella di tutti gli altri pittori figurativi” –  spiega Katz. La luce del Maine è stata una rivelazione per lui, osserva nelle sue memorie, “più ricca e più oscura della luce nei dipinti impressionisti. … Mi ha aiutato a separarmi dalla pittura europea e a trovare i miei occhi”. Il mondo che dipinge è in gran parte bianco, benestante, sofisticato. Con le feste sempre uguali, le scene in spiaggia, dove nessuno (sembra) mai soffrire… Sua moglie l’ha ritratta oltre duecento volte, nel Maine ha trascorso sessanta estate consecutive. Quello è il suo universo, quella è la sua luce. “L’aspetto più significativo  è il fatto che l’immagine dipinta, con un’iconografia immediatamente riconoscibile e colori commerciali che assorbono i modelli pubblicitari e cinematografici, appaia finalmente libera dalla schiavitù del significato, in grado d’imporsi come partner del mondo, senza più subirne le pressioni” (nota Alberto Fiz nel catalogo della mostra).  In bilico tra realismo e astrazione. Non si è mai allineato con nessuna scuola d’arte o tradizione e le sue preoccupazioni sono essenzialmente tecniche e formalistiche. Lo scorso agosto The New York Times Style Magazine gli ha dedicato un ampio servizio (a firma di Amanda Fortini), la giornalista ha trascorso tre pomeriggi nello studio del pittore (a Soho, New York, dove vive e lavora dal 1968), ne è venuto fuori il ritratto di un artista che adora il jazz (“Volevo dipingere come Stan Getz”), in piena attività, assolutamente consapevole del suo ruolo nella storia dell’arte e che si confronta sempre e solo con il presente. Sull’andamento anti-ideologico si  esprime Denis Isaia nel catalogo:”I suoi quadri sono l’affresco di un momento storico fortunato di una società privilegiata colta nel teatro della vita. Nessuno dei suoi personaggi intende fare la storia e se qualcuno intende farla a Katz non interessa. Sono tutti passanti occasionali come nel famoso autoritratto Passing (1963) – in cui l’artista si ritrae nei panni composti di un businessman passante ritratto lì per lì, in qualche strada di New York. Non ci sono labirinti concettuali, tortuosità esistenziali o oscuri principi filosofici. Katz ama la pittura e la pittura come un diario l’ha esposto all’amore del gioco, degli affetti, dei dintorni, delle pose, della danza e delle più familiari invenzioni teatrali”.

 

Alex Katz. Kirsten in chair, 2006

 

Alex Katz. Yellow house, 2001

 

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