La passione dell’Italia per la cultura pop giapponese è ormai un dato di fatto, largamente acclarato: pochi paesi occidentali possono infatti vantare un rapporto così continuativo e specializzato con i segni e i personaggi partoriti da fumettisti, cartoonist e artisti del Sol Levante, come avviene in Italia. Autori, disegnatori e sceneggiatori giapponesi sono ormai di casa anche nelle varie fiere dei comics, dove vengono acclamati come autentiche rockstar. In tutto questo, però, il settore del merchandise ha avuto un rapporto più episodico e frammentato con la fonte: gli artbook, i roman album e i mook – pubblicazioni stile rivista per appassionati, il nome è la crasi di magazine e mook – non hanno mai preso davvero piede in Italia e per giocattoli, modellini e anche i CD ci si è sempre più affidati principalmente all’import, un trend che solo negli ultimissimi anni sta vedendo i primi timidi segnali di un cambio di tendenza. Sarà anche per questo che attualmente sta prendendo invece piede il settore delle mostre dedicate a questa particolare branca del collezionismo, in modo da fornire una mappa di un rapporto (im)possibile. A volte accade anche in contesti che potrebbero apparire distanti con il tema, in tutti i casi il fenomeno fumettistico o animato è inquadrato nel cono d’ombra del rapporto fra un’opera e le sue derivazioni editoriali e ludiche: un ambito poco definito e forse per questo più esaltante e libero, in grado di fornire linfa a chi voglia ideare dei percorsi a tema.

 

 

Proprio in quest’ottica, ad esempio, è nata la mostra Anime Manga. Storie di maghette, calciatori e robottoni, a cura di Francesca Fontana e Enrico Valbonesi, e promossa dalla Fondazione Modena Arti Visive, che si è inaugurata lo scorso 12 settembre nella città emiliana. L’esposizione prende infatti le sue mosse dai materiali conservati nel Museo della figurina, nato dalla donazione fatta nel 1992 da Giuseppe Panini al Comune di Modena e oggi gestita dalla stessa Fondazione. Quindi sticker e albi dove collezionare e incollare le immagini delle proprie serie preferite, un settore che effettivamente ha svolto un ruolo silenzioso, ma costante e molto ben presente ai tempi del primo Anime Boom, tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, i cui “pezzi” sono oggi ben quotati fra i collezionisti e conservati con affetto. Partendo da questi materiali, dunque, e affiancandoli a un compendio di modellini da edicola, albi a fumetti originali e giocattoli tradizionali nipponici, il percorso mira proprio a focalizzare il rapporto di interdipendenza esistente fra le opere cartacee, le trasposizioni animate, le figurine, il merchandise e le varie iniziative editoriali del caso. Come precisa bene il titolo, l’esposizione divide il materiale principalmente in varie categorie, ascrivibili ai generi più noti dell’universo pop giapponese. Ecco dunque “Quando la palla diventa ovale – Gli sportivi”, come Holly e Benji, Mila e Shiro, Mimì e la nazionale di pallavolo dove trionfa la teatralità e la drammaticità del confronto che incarna i valori del bushido. Segue “Parimpampum: Eccoci Qua! – Streghette, maghette, eroine” come Bia la sfida della magia, L’incantevole Creamy fino alle più recenti Magica Doremì o Card Captor Sakura, che nel mostrare protagoniste dotate di magici poteri donano sostanza al concetto di “girl power”. E poi ancora “Biondi capelli e rosa di guancia – Avventure al femminile”, con Occhi di gatto, Kiss Me Licia, Candy Candy e Il tulipano nero e i generi più “maschili” con “Aure potentissime – Avventure per ragazzi” (dove ritroviamo il celeberrimo Dragonball) e gli immancabili giganti meccanici di “Circuiti di mille valvole – Robot e raggi cosmici”.

 

 

Meno scontati e per questo degni di nota i pannelli dedicati agli eroi ispirati da “Infanzia, giochi e videogiochi” (come i Pokémon e Hello Kitty) e, soprattutto, quello del World Masterpiece Theater, ovvero le serie tratte da classici della letteratura per ragazzi e prodotte nell’arco di oltre vent’anni dalla Nippon Animation: un giusto tributo a opere sicuramente molto famose come Heidi, Anna dai capelli rossi, Marco e Remì, ma che nel dibattito culturale che ruota attorno all’animazione giapponese restano spesso sottovalutate in favore di altri generi, o al limite citate soltanto per rilevarne i valori emotivi e “strappalacrime”, ignorandone invece i meriti tematici e estetici, portati in dote da maestri come Hayao Miyazaki, Isao Takahata o Osamu Dezaki, quando ancora erano lontani dalla ribalta internazionale. Accanto all’esposizione e ai testi che esplicano il legame a doppio filo tra le opere e le iniziative editoriali collegate, il percorso della mostra (che si concluderà il 10 gennaio prossimo), comprende anche degli eventi collaterali. Il primo, il laboratorio per bambini e genitori “Il mio robot” si è già svolto il 19 e 20 settembre scorsi. Sono invece ancora attesi “La posizione culturale degli anime e dei manga in giappone e nel mondo” con il sociologo Marco Pellitteri per ripercorrere l’evoluzione della cultura pop nipponica (il 21 ottobre), e infine l’incontro con il fumettista Davide Sarti per “Disegnare manga in italia: un genere che non ha confini”, il 25 novembre.

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