Quali ricordi ci legano a Monica Vitti? Ma soprattutto quale delle tante Monica Vitti preferiamo? Quella in crisi, perduta nei labirinti dell’incomunicabile alienazione costruiti da Michelangelo Antonioni, o la Vitti divertente e comica della commedia sociale di Monicelli o di quella più farsesca di Sordi o ancora di quella surreale di Buñuel? Ma forse la Monica Vitti che avremmo voluto vedere è quell’attrice che ci è mancata sin dall’inizio di questo nuovo millennio. Non l’abbiamo vista invecchiare, farsi le rughe, raccontarci l’esperienza degli anni, sentire ancora la sua voce roca e sensuale. Di lei, oggi, in questo primo giorno dopo la sua scomparsa definitiva, ci portiamo dietro quest’immagine mancante, con l’impossibilità assoluta di potere vivere, di avere vissuto insieme alla sua molteplice natura di attrice versatile e sensibile o soltanto di avere vissuto insieme a lei, il tempo che è passato. Oggi possiamo solo certificare che il tempo trascorso, dalla sua sparizione dalla vita pubblica, in una solitudine che ha visto come unico compagno il marito, Roberto Russo, ha portato profonde mutazioni e quel cinema che Monica Vitti ha vissuto, insieme a noi pubblico, oggi non esiste più. Monica Vitti è dunque quell’immagine che ci manca e in questa duratura assenza, così carica di eventi, non possiamo fare altro che misurare il tempo passato dalla sua ultima apparizione, riaffermando quanto ci sia pesata e ci pesi quest’assenza. Per questo Monica Vitti resterà per sempre il volto delle sue ultime apparizioni, quelle del suo film Scandalo segreto del 1990 o quello in tv per la miniserie di Marcello Fondato Ma tu mi vuoi bene? del 1992.

 

L’avventura (1960) di Michelangelo Antonioni

 

Ma resterà comunque per sempre, come lo è stata durante la sua straordinaria carriera di attrice, il volto amico del cinema italiano, il volto sorridente o serio, ma sempre intenso, che campeggiava sullo schermo restituendoci l’essenza dei suoi personaggi che erano fatti di energica libertà e partecipazione. Ha significato molto Monica Vitti per il cinema italiano perché è stata capace di dare fisionomia a più parti di questa storia straordinaria.  Era ancora una giovane attrice quando l’incontro con Michelangelo Antonioni la trasportò in un’altra dimensione, in quella aliena e metafisica dei suoi film che la videro protagonista, ma anche qualcosa di più. Da L’avventura a Deserto rosso il cinema del suo compagno dell’epoca la trasformò in una antidiva e il suo sorriso aperto e gentile divenne il luogo pensoso sull’esistenza. Per Monica Vitti è avvenuto quello che talvolta accade nel mondo dello spettacolo quando l’autore riversa sul suo alter–ego i sentimenti e i pensieri propri, instaurando con l’attore o l’attrice quella necessaria simbiosi che non è solo una forma del sentire dello spettacolo, ma diventa una sovrapposizione naturale, una identificazione – parola cara all’Antonioni posteriore – precisa, quasi un modo di essere. È stata questa Monica Vitti, il cinema di quell’epoca di Antonioni. Si pensa a lei quando si citano L’avventura o L’eclisse.

 

 

Ma c’era un’indole naturalmente trasgressiva nella Vitti di quegli anni a cavallo tra i ’60 e i ’70 ed è forse da questa vena di irregolarità e di spontanea violazione di regole dettate da ogni perbenismo che l’attrice romana ha anche saputo dare il volto a personaggi che, dentro la forma della commedia, infrangevano regole e tabù, soprattutto quelli che irrigidivano il ruolo femminile dentro le consuete vesti di casalinghe e innamorate. Mai, in realtà, Monica Vitti con il suo piglio umano, che sapeva trasportare anche sullo schermo, e la sua innata vena di spontanea comicità si adattò a questi cliché e nacquero alcuni film che per quegli anni, benché fertili di mutamenti, ancora costituivano una irridente novità rispetto al pensiero diffuso in un’Italia in piena trasformazione.  Si tratta di film che oggi forse sono scomparsi da ogni circuito, perfino quello culturale, ma ancora resistono in quel circuito domestico dei palinsesti personali, film come La ragazza con la pistola di Mario Monicelli del 1969, Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) di Ettore Scola del 1970, L’anatra all’arancia di Luciano Salce del 1975 con Tognazzi come partner, ma ancora prima Modesty Blaise di Joseph Losey del 1966 e più tardi Teresa la ladra di Carlo di Palma del 1973. Aveva frequentato anche il cinema meno glamour come quello di Franco Giraldi, con il quale nel 1971 aveva girato La supertestimone o all’estero il cinema più prettamente politico come La pacifista di Miklós Jancsó nel 1970, ma era stata attrice di anche di Luis Buñuel in Il fantasma della libertà del 1974.

 

Il fantasma della libertà (1974) di Luis Buñuel

Poi arrivò il sodalizio con Alberto Sordi e quello con una commedia anche farsesca, ma in quelle vesti che sembravano liberare il suo corpo d’attrice e la sua comicità trattenuta, il suo viso si illuminava del colore di quella commedia popolare tanto popolare da accrescere la sua stessa notorietà nel pubblico, che la identificava proprio con quei personaggi eccessivi, maschere di una popolana quotidianità che sapeva superare i confini stretti dello schermo per entrare direttamente nell’immaginario del pubblico e della gente. Con Sordi girò Amore mio aiutami del 1969, Polvere di stelle del 1973, Io so che tu sai che io so del 1982. Appartengono invece alla commedia più prettamente derivata dalla coda lunga dell’avanspettacolo, che in qualche caso celebrano, come Ninì Tirabusciò, la donna che inventò la mossa del 1970 o A mezzanotte va la ronda del piacere del 1975 entrambi di Marcello Fondato. Ma è impossibile catalogare tutti i volti di Monica Vitti a partire da quella ricordata oggi sulle pagine di Il Manifesto da Luciana Castellina, che la ricorda frequentatrice della redazione del giornale della Federazione comunista. E pensare che tutto cominciò molti anni fa quando un ancora giovane Michelangelo Antonioni, che lei chiamava Michele, le si avvicinò per chiederle di fare un provino. Lei racconta così i fatti riportati in una pagina de L’avventurosa Storia del cinema italiano di Franca Faldini e Goffredo Fofi: Ero fidanzata con un bravo ragazzo, architetto di professione, quando conobbi Antonioni. Lo conobbi mentre doppiavo Dorian Gray in Il grido e mi difesi con tutte le forze dal momento in cui Michele mostrò interesse per me. Gli dicevo: “Signore, mi creda, ambizioni per il cinema io non ne ho. Signore, mi creda, io sto per sposarmi e non devo pensare ad altro. Signore mi creda, io amo l’uomo che sto per sposare.” Con tutte le forze. Ero talmente convinta che il mio fidanzato fosse l’uomo della mia vita, ero così sicura di amarlo che, per anni, non ho perdonato a Michele di avermi fatto capire questa cosa terribile: che l’amore finisce. Lui e le sue chiare, lucide teorie sull’amore che finisce!   

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