Speciale Porno – L per Lussuria? Il caso Erika Lust

Else – Cinema

Erika Lust, pseudonimo di Erika Hallqvist, nata a Stoccolma nel 1977, è una regista e produttrice di film softcore o hardcore, oltre che scrittrice, di orientamento dichiaratamente “femminista” da quando, mentre studiava scienze politiche all’Università di Lund, si è imbattuta nel saggio Hard Core: Power, Pleasure, and the Frenzy of the Visible (1989) di Linda Williams. Grazie a quella lettura ha maturato la decisione di “rivoluzionare” il cinema erotico soft/hard, sottraendolo al classico, fallico, meccanico, ginnastico e ormai rantolante male gaze (sguardo maschile), e consegnandolo a un female gaze (sguardo femminile) inedito, fresco, spontaneo, spiazzante. Fin dal debutto col film indipendente The Good Girl nel 2004, Lust è stata acclamata, premiata, studiata. Numerosi accademici si sono chiesti se sia credibile la sedicente “etica” del cinema Lust, secondo la quale sarebbe femminista uno sguardo che si posa su corpi femminili consenzienti, anche se le pratiche sessuali cui si sottopongono (o vengono sottoposti) sono le stesse del porno classico di produzione e prospettiva maschili. Si sono anche chiesti se la Lust abbia davvero innescato un cambiamento nel paradigma estetico che governa la rappresentazione dei corpi, maschili o femminili, perché in fondo i suoi attori, certamente meno avvezzi agli anabolizzanti e alla chirurgia, più liberi sui set di improvvisare e seguire le sceneggiature spontanee dei loro desideri, non sono portatori di fisicità radicalmente iconoclaste: non vengono impiegati uomini o donne davvero non conformi, quelli che con un aggettivo banale potremmo definire “brutti”.

 

 

 

L’impressione che si ha, pur percependo una maggiore spontaneità nelle performance, è che l’estetica dominante dei corpi sia confermata e soprattutto che vengano rigorosamente osservati i principi del marketing, perimetro “naturale” di ogni produzione che faccia i conti con un pubblico che deve essere indotto a consumare un prodotto in mezzo a tantissimi prodotti analoghi. Certo sono interessanti le piattaforme che Lust ha inventato per il suo cinema: la casa di produzione Lust Cinema, che sforna film hard; Else Cinema, che è la linea soft della produzione, per i non genital-dipendenti;  XConfessions, un progetto in crowdsourcing pluripremiato grazie al quale utenti anonimi sottopongono a Lust Film le loro fantasie ed esperienze, tra le quali Lust e i suoi registi ospiti scelgono ogni mese due storie da girare; The Store by Erika Lust, un negozio virtuale dove acquistare  singoli film senza sottoscrivere abbonamenti; The Porn Conversation, un sito non-profit che fornisce a genitori e insegnanti guide per l’educazione sessuale degli adolescenti; Lust Zine, un magazine online in cui Lust e i suoi scrittori ospiti scrivono senza censure di tutto ciò che riguarda il sesso, il kinky, il cinema, il femminismo e l’industria del porno. La strategia, si direbbe ancora nel gergo del marketing, è estremamente diversificata, l’offerta assai ricca, ma l’impressione che se ne ricava è ambivalente come quella generata dai proclami sul green o sulla diversity delle multinazionali della grande distribuzione: il new porn, come la sostenibilità e la parità di genere, è solo un’altra etichetta per continuare a vendere in un mercato ormai saturo.

 

 

L’entusiasmo della prima visione dei prodotti Lust lascia dunque presto il campo a un’altra sensazione, sfuggente e difficile da definire. In La trasparenza del male. Saggio sui fenomeni estremi (1990) Jean Baudrillard diceva che l’era postmoderna, quella in cui ha preso forma l’industria del porno classico, è caratterizzata da uno stato delle cose definibile come un «dopo orgia», dove per orgia si intende l’enorme mo(vi)mento di liberazione innescato dalla modernità: liberazione politica, sessuale, delle forze produttive, delle forze distruttive, della donna, del bambino, delle pulsioni inconsce, dell’arte ecc. «È stata un’orgia totale, di reale, di razionale, di sessuale, di critica e di anti-critica, di crescita e di crisi di crescita. Abbiamo percorso tutti i sentieri della produzione e della sovrapproduzione virtuale di oggetti, di segni, di messaggi, di ideologie, di piaceri. Oggi tutto è liberato, tutti i giochi sono fatti e ci ritroviamo collettivamente di fronte alla domanda cruciale: CHE FARE DOPO L’ORGIA?». La risposta è cautamente pessimista: «Possiamo ormai soltanto simulare l’orgia e la liberazione, far finta di muoverci nella stessa direzione accelerando, ma in realtà acceleriamo nel vuoto, poiché tutte le finalità della liberazione sono già dietro di noi e ciò da cui siamo assillati, ossessionati, è questa anticipazione di tutti i risultati, la disponibilità di tutti i segni, di tutte le forme, di tutti i desideri. Che fare allora? È questo lo stato di simulazione, quello in cui possiamo solo rimettere in gioco tutti gli scenari perché hanno già avuto luogo – realmente o virtualmente».

 

 

Ecco perché parlare di new porn significa parlare di simulazione, ripetizione del già visto, infinite volte rivisto da Gola profonda (1972) in poi, una «riproduzione indefinita di ideali, di fantasmi, di immagini, di sogni che sono ormai dietro di noi e che dobbiamo tuttavia riprodurre in una sorta di indifferenza fatale». Dunque il potere liberatorio del porno degli anni Settanta si è estinto «per proliferazione, contaminazione, saturazione e trasparenza, estenuazione e sterminio, per epidemia di simulazione, transfert nell’esistenza seconda della simulazione». Neanche il cinema rinfrescante ed eccitante di Lust può sottrarsi alla logica della saturazione che dal postmoderno in poi ha colpito tutte le semiosfere prodotte dalla cultura occidentale, sempre più satura di segni di decadenza ed estinzione. Non basta un po’ più di naturalezza o un po’ meno di artificio a riscattare i suoi film dallo «stato di simulazione». La vera rivoluzione, sembra sottintendere Baudrillard, sarebbe nell’estinzione che mette fine a ogni proliferazione. Quella rivoluzione, però, non riguarderebbe solo il porno, ma ogni sistema di segni, compreso quello dell’economia del capitale, e dunque compresa l’intera società occidentale. Possiamo dunque stare tranquilli: finché ci saremo, ci sarà anche il porno, indipendentemente dalle sue metamorfosi estetiche, con buona pace di Lust, che, pur avendole scippato il nome, non può certo dirsi l’ape regina della Lussuria, al massimo l’ennesima operaia che contribuisce al funzionamento dell’alveare del profitto, che non ha bisogno più di regine.