Anche Fernando Ezequiel “Pino” Solanas ci ha lasciato, in quest’anno così terribilmente nero di sventure e di addii, in quest’anno così maledettamente vuoto di eventi e di altri vuoti che mai più saranno riempiti. Il regista argentino, nato nel 1936, viveva da anni a Parigi dove è morto a causa del Covid. Aveva esordito con L’ora dei forni un fluviale documentario diviso in tre parti “Neocolonialismo e violenza” dedicato a Ernesto Che Guevara con un’analisi dello sfruttamento dell’America Latina da parte delle potenze mondiali; una seconda parte che aveva per titolo “Un atto di liberazione” si soffermava sul fallimento del peronismo e il terzo “Violenza e liberazione” che in prospettiva si avvaleva delle risposte di chi immaginava un progetto futuro. Il film è anche un vero e proprio manifesto terzomondista e sessantottino che fece conoscere il regista, all’epoca poco più che trentenne, in tutto il mondo facendolo diventare immediatamente un artista avvolto da un alone di mitica capacità di interpretare il presente. Il suo peronismo di sinistra lo legava alle esperienze rivoluzionarie e il suo cinema, sin da questo primo film, aveva il chiaro intento di costituire un’opera al tempo stesso clandestina e rivoluzionaria, fondata com’era, stilisticamente, sulla forza e la durezza delle immagini in un ritmo incalzante. Il film, intimamente ribelle e contro ogni imperialismo, circolò segretamente tra gli operai e i circoli intellettuali e anche la sua visione appartiene ad una manifestazione in sé provocatoria che oggi ha il sapore della leggenda. Non erano infatti rari i casi in cui la proiezione si arrestava e il regista e il suo collaboratore Octavio Getino, con il quale aveva fondato il gruppo di Cine Liberacíon, chiedevano al pubblico se volesse o meno proseguire nella visione.

 

Tangos, l’exil de Gardel

 

Solanas, da allora, nella sua non lunghissima filmografia, non si sarebbe mai discostato da quelle idee e il suo cinema, se si vuole anche caparbiamente, ha continuato a lavorare in quel solco, provando a raccontare la terra argentina e la rivolta, anche personale e lo stato di inquietudine che da sempre anima le popolazioni del sud America. Con gli alti e i bassi assolutamente prevedibili in un lavoro artistico, ha raccontato la perenne insoddisfazione e l’instabilità politica che negli anni più volte e in differenti modi si è atteggiata, frutti malati di quella condizione di sudditanza economica. Il suo manifesto del Terzo cinema, dopo quello hollywoodiano e quello europeo, si fondava proprio sull’idea che il cinema potesse costituire un atto di liberazione da un peso di sfruttamento dovuto al vecchio e al nuovo colonialismo ed è proprio in questa prospettiva che diventa strumento di liberazione dal neo liberismo e dal neo colonialismo e quindi mezzo di lotta politica e mai di strategia economica adattata alla ricchezza personale. Autore parco nella sua vita cinematografica, dopo quel film così lampante nei suoi intenti e altrettanto misterioso nella sua circolazione, ha proseguito il suo lavoro raccontando il suo mondo argentino e latino-americano dal centro dell’Europa, a Parigi dove nel 1976 si era esiliato dopo l’ascesa dei militari nel proprio Paese. Tornato in Argentina nel 1983, due anni dopo, nel 1985, in piena adesione alla sua condizione di dissidente esiliato, avrebbe realizzato Tangos, l’exil de Gardel, un film in cui l’anima argentina dell’autore, si salda alla malinconia dell’esilio e al disprezzo della dittatura militare. La lontananza, il piacere della musica argentina con la collaborazione di Astor Piazzolla, saranno il cuore del film nel quale un gruppo di artisti argentini in esilio prova a mettere in scena uno spettacolo dedicato al loro cantante Carlos Gardel. Il film ebbe in Europa un notevole successo che mise d’accordo critica e pubblico e contribuì a fare conoscere il nome di Solanas che tre anni dopo avrebbe proseguito nel suo cammino artistico con Sur. Il film, che racconta sui toni di un registro tra il reale l’onirico, tra squarci di fantasia e le musiche struggenti ancora di Piazzolla, l’incerto ritorno a casa di un prigioniero della dittatura militare, tra paure e presunti tradimenti della moglie, ricevette il premio per la migliore regia al Festival di Cannes del 1988 e confermò la fama già consolidata del regista. Il viaggio è un film del 1992, un infinito road movie durante il quale il giovane protagonista, partito dall’estremo lembo della Patagonia, risalirà con ogni mezzo la penisola sudamericana alla ricerca del padre. Un film che oltre a raccontare della formazione di Martin il protagonista, diventa anche un omaggio complessivo alle splendide terre sudamericane e alla ospitalità dei suoi abitanti.

 

Il viaggio

 

La nube è invece un film del 1998, film controverso e ancora una volta politico, anzi fazioso, forse perfino fastidiosamente fazioso. Solanas, sembra non potersi (o non volersi) adeguare ad un mondo che già stava cambiando e gira un film sulla chiusura di un teatro che dovrà diventare un centro commerciale, con uno stile e una marcatura di chiaro stampo anni ’70. Un cinema lontano da ogni contingenza, con la trovata, surreale, ma imperterrita ed estenuante, dei personaggi che camminano all’indietro e Menem (il presidente argentino dell’epoca) con le pinne ai piedi. Un film che ci riporta indietro e che forse tradisce l’impossibilità per il regista all’epoca, di dimenticare il proprio ruolo, un cinema al quale forse si resta solo affezionati e riconoscenti per quanto ha saputo offrire in termini di emozioni, ma all’epoca già fuori tempo. Per fortuna il regista argentino ha continuato il suo cammino artistico. Con Diario del saccheggio del 2003, Fernando Solanas ritorna al documentario e prosegue nella sua aspra critica al liberismo economico e alla corruzione che hanno impoverito il suo Paese. Sulla stessa linea politica il successivo La dignità degli ultimi del 2005 nel quale racconta la cronaca delle manifestazioni contro la classe politica e il Fondo Monetario che aveva messo in ginocchio l’economia argentina. È ancora l’orgoglio argentino a spingere Solanas nel 2007 a girare Argentina latente sulle enormi possibilità economiche del Paese e la opposta e dannosa fuga di cervelli che impoveriva il suo tessuto produttivo. Fino al 2010 Fernando Solans ha lavorato al suo progetto di ricostruzione di una sorta di memoria storica e di creazione di pamphlet contro le politiche aggressive e neocoloniali. I suoi film La proxima estacion del 2008, La tierra sublevada: Oro impuro del 2009 e il successivo La tierra sublevada: oro negro del 2010, con inflessioni differenti, lavorano su questi principi che costituiscono, anche un ritorno alle origini per Solanas che nonostante tutto, resta un autore sconosciuto, ma sempre sinceramente appassionato della sua Argentina e della malinconia per tutto ciò che quel Paese avrebbe potuto essere e non è stato. Con la scomparsa di Fernando Ezequiel “Pino” Solanas sicuramente scompare anche un autore che ha rappresentato un pezzo di storia del cinema tra quelli che hanno sempre interpretato il lavoro di regia come un democratico strumento di battaglia e analisi politica condotto con autentica sincerità e con una passione non comune e inossidabile.

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