Noah Baumbach ha adattato per il grande schermo White Noise (Rumore Bianco), romanzo di Don DeLillo del 1985. Nel cast Greta Gerwig, Adam Driver, Don Cheadle e Jodie Turner-Smith. Film di apertura della 79 edizione della Mostra del Cinema di Venezia, dove è stato presentato Fuori Concorso, dopo l’approdo in sala il 25 novembre, sarà disponibile su Netflix dal 30 dicembre. Al centro c’è la famiglia di Jack (Adam Driver:«I confini del mio personaggio sono molto ampi e ci sono tante cose su cui giocare. Insomma un grande personaggio che ha comportato una lunga preparazione, ma davvero difficile da definire»), professore universitario che insegna in un improbabile corso di nazismo avanzato, composta di quattro figli incredibilmente saccenti e della moglie Babette (Greta Gerwig) in preda a confusioni e incertezze.

 

 

Un linguaggio familiare

Il linguaggio di De Lillo mi è sembrato subito familiare. Ho letto il romanzo quando stava iniziando la pandemia e non potevo credere quanto fosse pertinente al momento storico, e che nonostante questo avesse comunque una attinenza con le nostre vite. Ho cercato di capire la storia attraverso un linguaggio familiare.

 

La paura della morte

Quando parliamo della nostra storia familiare, cominciamo ad aggiungere informazioni, qualcosa anche di non reale, mi sono chiesto che cosa potesse significare l’informazione non soltanto per l’America ma per tutto il mondo, come capiamo se le notizie sono vere o false. Lo vediamo costantemente ora che siamo sempre connessi e, oltre alla tv e alla radio, abbiamo quantità di informazioni anche attraverso internet. Il film tratta del modo in cui creiamo rituali e strategie che ci consentono di rimandare il pericolo e la morte e tuttavia a volte la morte arriva, ci cerca e noi non sappiamo come reagire. Non puoi fare nulla. Nella terza parte torniamo alle strategie,  torniamo a fare la spesa, al ruolo salvifico del supermercato, ma abbiamo visto qualcosa di nuovo e allora che cosa facciamo di quelle informazioni? Io ho visto questo messaggio nel romanzo e ho cercato di introdurre nel film l’opportunità per avvicinarci, per questo la famiglia comincia a guardare dentro se stessa.

 

 

La cultura pop

Il romanzo di De Lillo è  una satira anche del mondo accademico, della cultura pop, di come il mondo accademico abbia alimentato questa cultura cosicché lo studio su Hitler si affianca allo studio su Elvis. Vediamo chiaramente nei motori di ricerca come le cose si livellano, quando cominciamo a cercare un argomento, si vede il video di una cosa e di un’altra, tutto ha lo stesso peso,. Trovo molto interessante questo aspetto nel romanzo e credo ci sia anche una certa componente umoristica.

 

Vicino e lontano

Nel libro di De Lillo c’è questa capacità di prendere il linguaggio della cultura pop e trasformarlo non soltanto in descrizioni ma anche in dialogo, una cosa piuttosto letterale. Ho trovato quindi delle analogie cinematografiche. Certamente abbiamo molto riflettuto su ciò che ascoltiamo e ciò che non ascoltiamo, il rumore bianco appunto, e il suono della scena associato alla capacità di vedere il dettaglio di qualcosa di visivo per indicare che sto prestando attenzione a una cosa piuttosto che a un’altra. In altri casi, invece, è lo spettatore che può decidere di ascoltare quello che vuole ascoltare e questo lo abbiamo fatto da un punto di vista visivo, con il 35 mm, un po’ come i miei film preferiti degli anni 80. Questo ci consente nella ripresa in campo largo di vedere il supermercato, i dettagli, i colori, ma se ci concentriamo e ci avviciniamo vediamo quelle caselline e decidiamo cosa vogliamo comprare, selezionare, invece se poi ci allontaniamo diventa tutto molto frastornante quindi abbiamo questa modalità di avere una vista più ampia che poi si restringe e poi si riapre. È una cosa a cui penso spesso e nel cinema si può fare, ma tutte queste possibilità mi vengono date dal libro.

 

Gli anni 80

La storia è quella della cultura americana, in un certo senso, il fatto di essere circondati da quel tipo di cultura. Ero un adolescente negli anni 80 ed è stato il momento della mia formazione cinematografica, ho visto i film che mi hanno portato a fare quello che faccio. Quindi la storia del cinema americano è stato molto importante e mi ha permesso di utilizzare un linguaggio particolare, diverso. Penso a Brian De Palma quando gli dicevano che aveva usato delle tecniche alla Hiotchcock, lui rispondeva «No, Hichtcock ha reso disponibili queste tecniche a tutti noi». Allo stesso modo i film noir degli anni 80, i disaster movies, le commedie che trattano di famiglie in vacanza sono a mia disposizione e li ho utilizzati. È stato molto emozionante.

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