Di Prisoners of the Ghostland viene voglia di scrivere ancor prima di vederlo. Perché? Perché Nicholas Cage con Mandy di Panos Cosmatos ci ha regalato uno dei ruoli più convincenti della sua carriera, e, ammettiamolo, vogliamo rivederlo nelle vesti di (super)eroe; perché Sofia Boutella ci aveva drogato lo sguardo in Climax di Gaspar Noé e sentivamo la necessità di riaverla sul grande schermo; e, infine, perché Sono Sion è il signore del caos. Film di apertura del TOHorror Fantastic Film Fest di Torino (la sala era gremita, la coda per entrare chilometrica), Prisoners of the Ghostland è la prima produzione hollywoodiana del regista giapponese. Doveva essere girato in Messico ma la troupe si è spostata in Giappone per venire incontro alle condizioni di salute dello stesso Sono, vittima di un recente attacco di cuore, che, fortunatamente, non ha intaccato il suo mordente autoriale. La trama: Cage, eroe senza nome, è uno spietato rapinatore di banche che viene assoldato dal Governatore di Samurai Town (interpretato da Bill Moseley, icona del cinema horror) per salvare la nipote Berenice (Sofia Boutella), dispersa a Ghostland, terra devastata da un incidente nucleare e da cui è impossibile fuggire. Per assicurarsi che Cage porti a termine la missione, viene equipaggiato con una tuta di pelle nera su cui sono innestate delle cariche esplosive a tempo che lo inibiscono dal nuocere a Berenice. Berenice, tuttavia, non è la classica fanciulla da salvare, non è una prigioniera, lo grida a gran voce e combatte: e per combattere come eroi non bisogna essere maschi e nemmeno avere tutti i testicoli. Mentre Cage/Hero non è lo spietato killer che può sembrare a inizio pellicola. È piuttosto un moderno Amleto, tormentato da personali fantasmi, che decide però di agire e di farlo non solo per il suo bene ma per quello di una comunità.

 

 

Prisoners of the Ghostland è un film “carico”, ma ben definito, equilibrato nella sua trasposizione rappresentativa di elementi iconografici: un mash-up tra l’America dei cowboy e il Giappone dei samurai in cui i simboli delle due culture vengono mescolati sapientemente dando vita a una città del futuro pop ed essenziale al contempo.
Il camaleonte Sono è in grado di farcire la pellicola con citazioni alla letteratura e al cinema occidentali, narrare attraverso le voci di un coro tipico della tragedia greca e restituire ai suoi connazionali un catartico superamento dei traumi delle atomiche della Seconda Guerra Mondiale e del disastro di Fukushima: la cattedrale di Ghostland tende alla Metropolis di Fritz Lang e al Genbaku Domu (la “Cupola della bomba atomica”), il Memoriale della pace di Hiroshima, ma qui il tempo può finalmente tornare a scorrere. Poetici gli scorci di devastazione abitati da manichini che ricordano l’estetica del collettivo artistico MRZB, gli schizzi di sangue dei corpi in battaglia, i colori pop delle caramelle contro lo schermo e, infine, i volti: quei volti in primo piano che Sono ha imparato a ritrarre da Pasolini, Dreyer e Cassavetes, e che bilanciano in maniera perfetta il dialogo con i paesaggi. Collante perfetto del susseguirsi di immagini, le musiche del giovane Joseph Trapanese. Un grande ritorno, dunque, quello dell’enfant terrible del cinema giapponese, il cui apparente caos rappresentativo conduce intimamente a una catarsi pacificatoria.

 

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