Indre è una psicologa che deve fare un periodo di tirocinio in una clinica di Vilnius dove si cura la malattia mentale. Il dottore che dirige la clinica la incarica presto di accompagnare il giovane Paulius, degente in quella struttura, a Polnaga per farlo visitare da un altro famoso specialista. Indre fa qualche resistenza, ma alla fine accetta e porterà con sé anche Juste, reduce da un tentativo di suicidio. Il viaggio si preannuncia difficile nonostante la presenza di Danguolè, infermiera della clinica. Il cinema che si è occupato della malattia mentale ha solitamente fatto scoprire, anche con qualche anno di anticipo, talvolta, rispetto agli studi medici, quanto soprattutto certa malattia mentale possa costituire solo un diverso atteggiarsi di ciò che è definito come normalità, indagando sulla spiccata sensibilità degli ammalati e, traendo spesso le storie da vicende avvenute al di qua dello schermo del cinema, ha restituito dignità al paziente e alla sua forzata emarginazione. In Italia, uno per tutti, Diario di una schizofrenica di Nelo Risi. Non si sottrae a questa regola non scritta neppure la giovane regista lituana Marija Kavtaradze che, con attenzione e sensibilità, realizza il suo primo lungometraggio affrontando una materia scottante e non semplice, come appunto quella della malattia mentale.

 

 

Summer Survivors, un road movie intimo, anche visivamente poiché in gran parte girato all’interno dell’automobile con la quale Indre porta in giro i suoi pazienti, è un film in cui è quasi del tutto azzerata ogni esigenza strettamente narrativa, prosciugato ogni evento, se si tralascia la breve sequenza della visita dell’originale comitiva a casa del fratello di Paulius. Il film è, piuttosto, lo scandaglio del rapporto tra normalità e diversità dovuta al disagio mentale, alla depressione cronica e maniacale nel caso di specie. Il continuo confronto, non sempre antagonista, tra Paulius e la giovane psicologa, il suo relazionarsi con la timida e indifesa Juste, i suoi tentativi di rientrare in quel recinto di considerata normalità, si fanno emozionanti e costituiscono la traccia migliore che uno sguardo attento può lasciare per fare entrare lo spettatore nel mondo privato da molte emozioni di chi soffre la malattia mentale. Non c’è alcuna volontà di critica sociale, non c’è neppure il desiderio di documentare un percorso di guarigione, non vi è, ancora, l’intenzione di compatire il disagio, né, al contrario, di esaltarne l’ultra sensibilità con atteggiamento altrettanto pietistico. Il lavoro di Kavtaradze è se si vuole quasi naturalistico, la sua osservazione mantiene sempre un’equidistanza tra l’oggettività e la partecipazione, sapendo cogliere i tratti della normalità di Paulius che, in fondo come Juste, cerca attenzioni e non solitudine, compagnia e non medicine.

 

 

Tutto si percepisce dallo sviluppo delle dinamiche tra i due ragazzi e la psicologa o quelle che si innescano tra l’espansività a volte eccessiva di Paulius e la timida riservatezza della giovane Juste. Tensioni e strategie dell’ironia che ne possano allentare la presa, accentuate dallo spazio limitato dell’abitacolo che ne amplifica gli effetti. Di contro, e sono questi i segnali, si respira quel forte desiderio di normalità espressa con la copertura, realizzata alla meglio, della scritta “clinica psichiatrica” che campeggia sull’auto sulla quale viaggiano. Il disagio, come spesso accade, come ogni altro scandalo che spinge ai margini il suo destinatario, è negli occhi e nella mente di chi guarda. Marija Kavtaradze lo fa capire molto bene e il suo non è mai uno sguardo ingannatore, né ipocritamente benevolo. I suoi personaggi portano i segni di una sofferenza che li marca, Juste è segnata dalle lunghe e dolorose cicatrici che le ricordano i suoi tentativi di suicidio, Paulius lavora per relazionarsi con il mondo superando il suo ostinato silenzio, segno di una manifesta contestazione. Per nulla pacificatorio Summer Survivors è davvero un film di sopravvivenza. Marija Kavtaradze ci offre un finale che rispecchia la tensione di certi momenti e con la non semplice ammissione di sconfitta, lo psichiatra e la psicologa, si troveranno a loro volta muti e a disagio davanti all’imponderabile.

 

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