In una intervista recuperabile in rete la quarantenne regista Elina Psykou rende espliciti alcuni passaggi di questo piccolo suo film che possiede una sua spiccata personalità, però non scevra da una certa ambiguità di assunti come si proverà a verificare. Il cinema greco di questi anni sembra dovere necessariamente riaffermare, con i toni forti di una sua esplicita spietata e iperbolica messa in scena, una sua antica classicità e una altrettanto necessaria attenzione che lo riabiliti dopo anni di forzato silenzio. Un cinema che – dopo la classicità rivisitata da Theo Angelopoulos che ha costituito la punta di diamante di una stagione d’oro che era iniziata già dagli anni ’60 e proseguita durante e dopo il regime dei colonnelli – fece sentire la sua voce dissonante contro la dittatura. Una stagione durante la quale si affermarono autori (Kostas Aristopoulos, Costas Sfikas, Nikos Panayotopulos, Costas Ferris, per non citare Costa-Gavras e Angelopoulos) di film oggi quasi dimenticati con i quali provarono a scrollarsi di dosso il marchio di una insopportabile dittatura. Elina Psykou è di un’altra generazione e ha vissuto a pieno il dramma economico, ma anche profondamente sociale, della gravissima crisi economico-finanziaria che ha colpito la Grecia in questi anni e dalla quale, con fatica, quel popolo, così avvezzo alla battaglia, sta lentamente rialzandosi. Ma il dolore lascia le tracce e se oggi i maggiori esponenti della cinematografia ellenica sono Yorgos Lanthimos e Babis Makridis con il loro cinema spietato (tranne la parentesi di La favorita per Lanthimos), qualcosa vorrà pure dire. Elena Psykou non è molto lontana da quel cinema dei due cineasti più conosciuti e Son of Sofia, selezionato da Artekino per questa rassegna di cinema europeo, ne conferma una certa piega austera, una certa versatilità verso il racconto fantastico e carico di simbolismi pur nella sua ambientazione dentro contesti assolutamente realistici e una certa violenza sottesa, che diventa cattiveria crudele e strumento di sottile ed esplicita vendetta contro ogni destabilizzazione degli equilibri. Così accadeva ad esempio in Pity e così accade in Son of Sofia.

 

 

Misha è un ragazzino silenzioso e un po’ scorbutico, che la macchina da presa accoglie, all’inizio del film, appena sceso dall’aereo che dalla Russia lo porta in Grecia. Qui si incontrerà con la madre Sofia, che lavora a servizio da Nikos, un anziano e benestante vedovo. Presto Misha, scoprendo i retroscena della convivenza tra la madre e Nikos, svilupperà un odio esplicito nei confronti dell’anziano uomo e indirettamente anche della madre. D’altra parte l’uomo, che dapprima non vede di buon occhio Misha, comincerà a considerarlo come un suo possibile e unico erede. È bene evidente che il film non è solo la storia di Misha, anzi per certi effetti non lo è neppure nello sviluppo che racconta di una crescita del personaggio. Il film della regista greca – che forse nella sua parte centrale sembra non trovare, in certi momenti, un giusto mordente, una perfetta focalizzazione, così come l’incipit faceva pensare – conta più che per la storia che racconta, per lo sguardo desolato che vuole gettare sul suo Paese. Questo non lo fa diventare un film metafora, quanto, piuttosto, un racconto trasversale e con tratti di originalità di spunti sulla condizione della Grecia. È questo tratto che costituisce il canovaccio celato, ma sicuramente più interessante del film. L’autrice è attratta dal delineare lo stato di una parabola discendente che porta la Grecia verso una inevitabile decadenza complessiva, che sembra trovare spazio nel contrasto tra una grandeur annunciata in tv e una condizione di miseria morale che attraversa la storia. Il film è ambientato nel 2004 durante le Olimpiadi, ultimo apice di un Paese già pronto ad una tragedia collettiva che da lì a pochi anni avrebbe mutato il volto di quella società.

 

 

Un tema che interessa la regista – così come precisa nelle sue dichiarazioni rintracciabili in rete, di cui si diceva – che non nasconde il rammarico per una identità nazionale compromessa. Nel film il passato del Paese viene barbaramente dileggiato in una scena grottesca e tragica dove i giovani immigrati, invitati da Misha a casa di Nikos, come nuovi Proci scherniscono l’anziano malato e lo deridono manomettendo gli oggetti di casa sua. Il film qui si muove su un terreno scivoloso, parte di quel tema generalmente ormai complesso che è il rapporto tra passato e presente, tradizione e sua conservazione, colpe di una corruzione dei costumi riconoscibile o meno in una contaminazione “barbara” di culture diverse. La Psykou rischia molto in questo senso e il suo film resta in bilico tra accettazione di una trasformazione intervenuta con l’immigrazione, soprattutto dall’est, e conservazione dell’identità collettiva messa a rischio da quella contaminazione. L’anziano Nikos, unico personaggio greco del film, diventa vittima dell’aggressione del ragazzino e dei suoi amici immigrati. Victor, l’amico ucraino di Misha, d’altra parte si guadagna da vivere facendo il gigolò per anziani omosessuali, con una caratterizzazione ulteriormente negativa di quella depravazione morale senza scampo, accentuata dai toni dispregiativi che usa quando parla della famiglia. Ma Son of Sofia è anche un film che prova a rievocare il mondo infantile attraverso le tracce di un simbolismo che si sviluppa in quello scenario da realismo magico più volte (simbolicamente) citato per descrivere l’infanzia di Misha, agitata da fantasmi irreali e figure simboliche quasi ancestrali. Misha sembra sostituire l’amore materno che sente mancare con una immaginazione potente, ma che non trova soluzione se non in una violenza sorda e vendicativa. Il film è dunque anche il racconto di un rapporto d’amore mancato tra madre e figlio, fondato per colpa della incerta Sofia, più sulla menzogna che sulla verità. Sofia non dice la verità a Misha sulla natura della sua relazione con Nikos e questa negazione di verità diventa frattura insanabile e si trasforma in devianza per Misha, che prova letteralmente ad uccidere il “padre”. Misha capisce di dovere dividere l’amore della madre con l’anziano professore, che un tempo era anche un divo della tv come conduttore di un programma per bambini, in cui, attraverso storie di animali fantastici, ripercorreva la storia del Paese ad uso del suo giovanissimo pubblico. Misha è quindi l’elemento destabilizzato e destabilizzante in una condizione storica già precaria, in racconto che, sebbene tutto chiuso o quasi, dentro l’appartamento, sa farsi sguardo complessivo su una totalità più complessiva, su un Paese dall’andamento incerto. Ma ci chiediamo quanto in verità sappia interrogarsi sulle colpe originarie e quanto invece riversi sui temi della contaminazione causata dall’immigrazione le responsabilità di una decadenza. Il film qui si fa nebuloso e del tutto incerto il suo assunto.

 

 

Il film è visibile dopo una semplice registrazione su www.artekinofestival.com

 

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