È sempre più il senso fugace delle cose, la natura quasi occasionale delle azioni, la sfuggevolezza delle relazioni, a marcare la linea del cinema di Hong Sang-soo. Il maestro minimalista del cinema sudcoreano torna alla Berlinale 71 con Introduction (Inteurodeoksyeon), che a un anno di distanza da The Woman Who Ran riporta in concorso la scrittura su carta velina dei suoi film sempre più piccoli, introflessi, gentili, astratti, a loro modo intransigenti. Si fatica quasi a seguirne la scansione temporale, tanto sono composti su una linea narrativa introflessa, organizzati su una scrittura filmica fatta di dolci movimenti di macchina e persistenti zoomate, che si fanno cogliere quasi impreparati da quegli stacchi di montaggio ai quali sono consegnati veri e propri passaggi di stato dei personaggi… Funziona così, immancabilmente, anche questo Introduction, che nell’arco di poco più di 60 minuti, organizzati in tre snelli capitoli, si sposta da uno studio medico a Seoul alla Berlino di Potsdamer Platz (giusto per regalarci un surplus di nostalgia prepandemica…), all’ennesimo hotel sulla spiaggia battuta da vento e onde. Il punto di equilibrio, in realtà piuttosto instabile, è il giovane Youngho, il quale si barcamena tra differenti affetti, ognuno a suo modo incongruo rispetto alla sua natura, che mentre si direbbe vergine appare poi anche imprevedibilmente avida, vorace nel pretendere dal mondo degli adulti ciò che non gli viene dato per disattenzione.

 

 

All’inizio lo seguiamo dunque nello studio medico del padre, che vuole incontrarlo ma appare preoccupato per qualcosa e, troppo preso dai suoi pazienti, finisce col trascurarlo. Poi ci ritroviamo con la sua fidanzata, Juwon, a Berlino, dove la ragazza si è recata assieme alla madre per studiare moda e dove Youngho la raggiunge, seguendo un impeto di nostalgia che lo spingerebbe a trasferirsi lì per stare con lei. Infine eccoci su una spiaggia invernale, dove il ragazzo si è fatto accompagnare dall’amico Jeongsoo per trovare la madre, che vuole presentarlo a un vecchio e famoso attore per convincerlo a non abbandonare gli studi di recitazione. Infine – immancabilmente: siamo o non siamo in un film di Hong Sang-soo? – il mare: che tra vento e onde abbraccia Youngho, al suo risveglio da un sogno in cui ha rivisto il suo primo incontro con Juwon, e lo consegna infreddolito alle affettuose cure del suo amico, che lo aiuta a rivestirsi e lo porta via… Ecco, Introduction è tutto qui, nel suo offrirsi a una narrazione tanto immacolata da essere diafana, sbiaditure di bianco e nero che non conoscono il contrasto, ma assorbono il senso di un dolore afasico, che non trova quasi mai espressione esplicita.

 

 

Il film è tutto sullo spiazzamento affettivo, sul disallineamento tra le attese emozionali predisposte e le azioni emotive effettivamente agite: l’appuntamento mancato col padre, l’incontro affettuoso con la sua vecchia infermiera, la partenza per Berlino della sua ragazza, il loro incontro quasi anaffettivo a Potsdamer, il ritrovarsi con la madre che resta figura distante da congedare a distanza, guardandola dalla spiaggia senza nemmeno agitare le mani per salutarla… La verità implicita di Youngho sta tutta in quell’aneddoto del bacio mancato sul set che lo descrive perfettamente, nel suo rifiuto di compiere un gesto che è mera forma senza sentimento effettivo… Un po’ come accade a Juwon a Berlino, quando chiede alla sua ospite di non rivolgersi a lei con espressioni formali, perché è ancora molto giovane. O come la ritualità del bere a tavola imposta dal vecchio attore durante l’incontro assieme alla madre… Tutto sommato questo è un film sul distacco generazionale, sullo scollamento tra le età della vita: sta’ a vedere che alla fine Introduction è il racconto crudele della giovinezza secondo Hong Sang-soon…

 

 

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