(L-R): Black Widow/Natasha Romanoff (Scarlett Johansson) and Taskmaster in Marvel Studios' BLACK WIDOW, in theaters and on Disney+ with Premier Access. Photo by Jay Maidment. ©Marvel Studios 2021. All Rights Reserved.

Chi (non) muore si rivede: Black Widow, di Cate Shortland

Dopo circa una decade in cui film dopo film si sono imposti nell’imaginario collettivo divenendo uno dei brand più potenti del mercato, i Marvel Studios sembrano arrivare ora un pelo in ritardo. Intendiamoci, la pandemia ha stravolto eccome i loro piani originali e ora la casa delle idee si trova costretta a fare i conti con una sorta di fase di riassestamento mirata a mettere delle toppe e salvare il salvabile più che provare a spingere nuovamente sull’acceleratore (lo dimostrano le numerose scene post credits modificate in corsa per cercare di stare al passo degli show che il pubblico stava gustando). Black Widow, al di là di tutta la questione contrattuale che tanto sta facendo discutere proprio in queste ore, era stato concepito come il primo lungometraggio dell’attesissima fase quattro dell’MCU. Dopo lo spartiacque dettato da Avengers: Endgame, la Marvel sembra voler cambiare pagina e volto. Da un punto di vista formale abbraccia pienamente la serialità (soprattutto per via di una piattaforma da dover popolare di contenuti), narrativamente parlando invece vuole provare a cambiare il volto dei propri protagonisti non solamente introducendone di nuovi, ma provando a lavorare con maggiore profondità psicologica su chi fino a questo punto aveva giocato una partita da “gregario”. Ricominciare quindi dalle gesta di Natasha Romanoff (la Vedova Nera del titolo) permette, almeno per quanto riguarda il filone cinematografico, di creare un passaggio di consegna, un ponte utile per traghettare il pubblico e i prodotti in questione verso nuovi lidi.

 

 

Dopo essere già apparsa in altri sei film dell’MCU, Vedova Nera trova finalmente spazio come protagonista in un progetto che fa i conti con il suo passato e nel suo passato è ambientato. Non pensiamo infatti di rovinare il gusto della visione a nessuno ricordando che proprio in Avengers: Endgame il personaggio interpretato da Scarlett Johansson chiudeva la sua corsa narrativamente parlando. Ci troviamo quindi, per forza di cose, in un momento anteriore a quei fatti. La fase quattro, così, torna indietro. Prende la ricorsa. Prova a ricaricare la molla prima di far correre i suoi principali cavalli di battaglia. Questo atteggiamento più difensivo lo si ritrova perfettamente nello scheletro di Black Widow. Si tratta infatti di un film piuttosto “classico”, nella sua accezione più marveliana. Cate Shortland non rischia nulla, dirige con mano solida un action ricco di roboanti sequenze coreografate senza troppo timore e riesce a confezionare un prodotto che sicuramente, lato entertainment, funziona senza sbavature. Quello che invece risulta più sterile è proprio l’approccio umano ed emotivo. Se le nuove serie televisive come WandaVision e Loki avevano messo bene in mostra le crepe psicologiche dietro la maschera indissolubile di questi (super)eroi, Black Widow stenta a decollare in tale frangente. Soprattutto sembra non avere molto da dire rispetto quanto non già raccontato nella completa parabola della protagonista vista negli altri lungometraggi. Certo, alcuni vuoti vengono colmati (il riferimento a Budapest su tutti), ma alla fine si ha come la sensazione che l’operazione sia stata messa in piedi più che altro per introdurre nuovi personaggi che dovrebbero avere un ruolo importante nell’imminente futuro della casa (come la Yelena Romanoff di Florence Pugh) e che il continuo slittamento della data di uscita anche oltre l’esordio dei primi show seriali non abbia giovato a un progetto che, ora come ora, sembra giungere con estremo ritardo tanto da farci pensare che, probabilmente, non ci sarebbe stato bisogno di un simile lavoro.