È fin troppo facile la metafora con cui si apre il film Seberg – Nel mirino (presentato all’ultima Mostra di Venezia e ora visibile su Tim Vision): qualcosa va storto sul set di Giovanna d’Arco di Otto Preminger e la protagonsta Jean Seberg rischia di venire bruciata viva. L’incidente lascerà cicatrici evidenti sul suo corpo, e segni meno visibili nell’animo tormentato di una donna inquieta ed incompresa, come può esserlo un’attrice impegnata in battaglie impopolari, in anni in cui alle stelle del cinema non era permesso sconfinare nella politica. Come dire che quello che si è consumato su quello sfortunato set, continuerà ad accadere nella vita della fragile diva, diventata l’iconae stessa della nouvelle vague, con il suo sguardo triste e i capelli biondi cortissimi. “Un uomo ha acceso un fuoco e mi ci ha messo sopra”. Benedict Andrews si concentra su un periodo specifico della vita dell’attrice e la ritrae in continui primi piani, per ricordare le sue interpretazioni più famose ed enunciare a chiare lettere di volersi concentrare sul suo universo interiore, manipolato dagli eventi esterni e dall’intrusione tutt’altro che discreta dell’FBI.

 

 

Inserita nel programma di sorveglianza illegale denominato COINTELPRO – a causa del suo coinvolgimento politico e sentimentale con Hakim Jamal, noto attivista per i diritti civili dei neri, nipote di Malcolm X e membro del movimento Black Power – Jean Seberg viene spiata fin negli anfratti più intimi della sua vita, screditata come attrice, intimidita e ferita al punto da costringerla alla fuga da Hollywood. Dunque, i primi piani centrano l’obiettivo di isolare l’attrice sullo schermo, portando avanti anche dal punto di vista della messa in scena l’ossessione dell’FBI di sapere di più e vedere in profondità. Fino a perdere il controllo Fino alle scottature di chi scherza col fuoco. Un gioco di specchi che si contaminano, infatti, al punto da confondere tutti gli osservatori, l’agente Jack Solomon e il marito di Seberg Romain Gary, l’amante, i fan della diva e gli spettatori dentro e fuori la metafora cinematografica. Stratagemma efficace a suggerire il tono di un biopic insolito e molto ambizioso, che cerca di rendere evidente l’impossibile conciliazione tra una donna, completamente proiettata verso il futuro e l’utopia di un mondo meno conservatore, e una società prepotentemente impreparata al cambiamento. La complessità rifiutata dalla restaurazione. Il risultato non può che essere catastrofico, o meglio, incendiario. Come a voler trapiantare nell’America di Hoover la rivolta giovanile del ’68 parigino. Quello che Andrews disegna per la sua protagonista è un perfetto circolo vizioso, una giostra macabra in cui compaiono gli echi di un presente ugualmente traballante, che sfugge in parte di mano a Andrews, troppo superficiale proprio nell’analisi politica e nel superficiale manicheismo con cui descrive i personaggi comprimari. Un agente dell’FBI troppo “buono”, un capo delle Black Panther troppo scialbo, colori accesi e accessori pop a descrivere, per semplicistico contrasto, un’epoca buia, ancora da capire.
 
 
 
 

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