Come un cubo di Rubik, Non volere volare, di Hafsteinn Gunnar Sigurðsson

Il più aderente titolo originale Northern comfort, rispetto al didascalico titolo italiano Non volere volare, restituisce al film di Sigurðsson quell’ironia, che sconfina nell’esplicitamente comico, nell’esemplare iperrealismo delle situazioni, con l’effetto di fare apprezzare l’intera operazione, non tanto per quello che racconta, ma piuttosto per come il racconto si sviluppa dentro le pieghe di una drammatizzazione dai toni costantemente alti in un rigore che non è comune. Non volere volare peraltro sfata il mito, con certezza coltivato da sempre, di una incapacità di far ridere il pubblico da certe latitudini settentrionali, restando la maestria nel dirigere commedie brillanti o umoristiche appannaggio esclusivo di una certa meridionalità che meglio riesce ad interpretare i moti dell’anima e i motti di spirito declinati verso l’umorismo e la risata. Se il film di Sigurðsson non è proprio sfatare il mito, dunque, serve sicuramente a diventare l’eccezione che si discosta dalla regola. Il tema della paura di volare – che evidentemente trova adepti nella scrittura come il film di Margherita Buy con questo del regista islandese proprio nulla ha a che fare – è al centro di questa complicata storia che, come dicevamo, vive soprattutto di una attenta scrittura, perfino troppo a volte, e di una struttura ad incastri successivi che sa tenere desta l’attenzione dello spettatore nella imprevedibilità delle situazioni.

 

 
Un piccolo gruppo di terrorizzati del volo sta facendo un corso guidato da Charles (Simon Manyonda), per superare le paure del viaggio in aereo. Tra loro Sarah (Lydia Leonard), manager dell’edilizia che ha intrapreso da poco una storia d’amore con un uomo separato con una figlia a carico, Edward (Timothy Spall), scrittore di successo e veterano della guerra delle Falkland, Alfons (Sverrir Gudnason), stralunato inventore di applicazioni informatiche, e la sua compagna Coco (Ella Rumpf), influencer di successo che vive sulla costante condivisione della propria vita con i suoi fans. Quando il variegato gruppo di paurosi dovrà fare il primo volo di prova dopo le simulazioni a terra, in un viaggio che nella stessa giornata li dovrebbe portare dall’Inghilterra all’Islanda e ritorno, molte cose andranno storte in una girandola di situazioni contro ogni prevedibilità, rovesciando anche il senso della paura in una prospettiva che ribalta il senso delle vite dei personaggi. In questo duraturo festival di imprevedibilità, in una sequela di situazioni che al limite di ogni credibilità diventano, invece, materia reale del racconto e quindi verità incontrovertibile nelle situazioni di disagio, Hafsteinn Gunnar Sigurðsson, che partecipa alla scrittura del film con Tobias Munthe, si diverte ad utilizzare la sua varia umanità di figure controcorrente, dotate infatti di quella fragilità che i tempi impongono di non mostrare a fronte di una esibita e sempre ostentata sicurezza.

 

 
Trascurando pertanto l’aspetto più immediato di un film che non poche sorprese tutto sommato riserva, alla ricerca, spesso fruttuosa, di una originalità che sa trovare, pur dentro le solite strutture della commedia e della trama che declina verso un umorismo spinto fino alla comicità, il dato che rileva è proprio il funzionante meccanismo ad incastri successivi, quasi un cubo di Rubik che a furia di essere manipolato riserva la sorpresa della sua soluzione mostrando l’uniformità cromatica di ogni sua faccia. Segno tutto questo di una particolare attenzione all’impianto della commedia, che resta genere sempre molto complicato da fare emergere nella sua limpida essenza, anche per l’inflazione sempre più dilagante di un genere che troppe corruzioni ha subito per sapere ritrovare, come accade in questo film, la strada verso una sua originalità o fosse anche verso una sua sorta di purezza originaria che si rifaccia a quel grande cinema di area mitteleuropea che ha rappresentato con efficacia non comune la trasposizione cinematografica di un genere antico e appartenente ad una sempre ironica interpretazione del mondo. Hafsteinn Gunnar Sigurðsson, con ogni radicamento nel presente, sa portarci con la memoria a quel tempo e i suoi personaggi, ben tratteggiati nella sintesi di un film corale come Non volere volare, diventano piacevoli compagni di viaggio con le loro paure e il loro coraggio per superarle, i loro sudori freddi e le loro inattese imprese ai limiti di ogni ragionevole comportamento. Un film che si fa controcanto dei tempi della sicurezza ad ogni costo, della certezza come religione della vita e della sregolatezza come chiave d’accesso ad una differente modalità di affrontare la vita.