Altro capitolo del cinema estraniato (o forse solo stranito) di Michel Franco, messicano art house elevato al rango d’autore da Cannes e dirottato a Venezia negli ultimi due anni: nel 2020 con l’ottimo Nuevo orden, Gran Premio della Giuria e di gran lunga il suo film migliore, e l’anno scorso con questo Sundown, apprezzato dai suoi sostenitori, ma con ogni probabilità il suo film peggiore… L’insistenza con cui questo regista anestetizza i drammi spesso vibranti dei suoi personaggi, instillandoli con disinvoltura nella calma piatta di una narrazione psicologicamente azzerata, resta un mistero del quale la critica internazionale più patinata non sembra rendersi conto. Ne è una prova proprio questo Sundown, sorta di thriller a linea piatta che prende un ricco londinese in vacanza ad Acapulco e manipola la sua exit strategy esistenziale come fosse un mistero custodito nel cuore di un malessere vagamente antonioniano. Neil Bennett – questo il suo nome, che corrisponde alla presenza straziata di un Tim Roth meramente annoiato – si cuoce al sole di un lussuoso resort assieme ad Alice (Charlotte Gainsbourg) e a due tardi adolescenti, Coline e Alexa: l’indefinitezza di questa famiglia, che balza subito all’occhio dello spettatore, è uno dei criteri strategici con cui Michel Franco cincischia senza tirar fuori nulla di concreto…

 

 

Vero è che, quando più avanti scopriremo trattarsi di un fratello e una sorella in vacanza con i figli di lei, ci ritroveremo a guadare i due come fossero la versione adulta (e con prole) di Daniel & Ana, fratello e sorella costretti all’incesto nel primo lungometraggio del regista. Esattamente come, a ritrovare qui il Tim Roth che in Chronic era un infermiere che accudiva malati terminali, potrebbe accendersi un’altra lampadina, di cui però si tace per timor di spoiler…Fatto sta che la successione di twist narrativi, inanellati da Franco per dar corpo al dramma, tende a sfogliare l’album di un tramonto esistenziale nel quale Neil si spinge con determinazione: da Londra giunge la notizia che l’anziana matriarca di cotanta famiglia è deceduta, Alice e i ragazzi, sconvolti, prendono il primo volo, ma lui finge di aver perso il passaporto e si dissolve nel sottobosco di Acapulco, nascondendosi in un pidocchioso hotel popolare, bruciandosi sulla spiaggia tra sole e birre, accompagnandosi con sincera prossimità a una ragazza del posto conosciuta in un H24… La famiglia chiama, lui non risponde, il console s’interessa, qualche malavitoso lo punta, sullo sfondo la polizia messicana si espone muscolare tra gli indigeni…

 

 

L’indifferenza totale di Neil non viene scalfita nemmeno dal ritorno allarmato della sorella, che incredula gli chiede conto del suo comportamento, ricevendo per tutta risposta la sua disponibilità a rinunciare a ogni pretesa sull’ingente patrimonio familiare… Altri eventi seguono, tutto nel segno di un progressivo degradare del protagonista verso un annullamento che è evidentemente la matrice dinamica del suo drammaturgico essere. Peccato che Michel Franco non riesca a render pregnante nessuno degli elementi che mette in gioco: costruisce Sundown sull’inedia che attanaglia questo personaggio, asciugato al sole di una tensione psicologica posticcia, coerente con un cinema a sangue freddo portato a dialogare più con l’indifferenza che con l’annichilimento. Il mistero che costruisce attorno al protagonista lo lascia senza un effettivo background, privo di quelle spinte dinamiche che non trova nemmeno nel confronto con lo sfondo popolare di Acapulco in cui si immerge. Qui Franco vorrebbe evocare una strisciante violenza sociale (leggi di classe), suggerita forse anche dall’idea di fare di Neil l’erede recalcitrante di un impero alimentare della carne. Ma lo spunto è davvero troppo esile per offrire argomenti al film: nel cinema di Michel Franco tutto verte sul tema del trauma che rompe l’ordine costituito, del golpe psicologico che sovverte la struttura sociale e individuale. Ma il regista messicano raramente riesce a sviluppare sino in fondo le sue ambizioni e anche in Sundown lascia che tutto si offra con indifferenza e piattezza. Spiace per Tim Roth e ancor più per Charlotte Gainsbourg.

 

 

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