Il passaggio da produzioni più contenute e caratterizzate da un’estetica che ha fatto parlare di “arthouse horror” all’epica vichinga ad alto budget è in fondo il plot twist più imprevedibile che Robert Eggers ci abbia regalato nel corso della sua breve, ma già intensa carriera. E non privo di rischi, considerando come The Witch avesse di fatto (ri)lanciato il folk horror, laddove The Northman arriva invece in coda a un filone storico-epico già ampiamente battuto dalla serialità televisiva e da vari precedenti cinematografici. Eggers comunque va per la sua strada e riscopre l’Amleth della mitologia scandinava – a sua volta fonte per il più celebre personaggio shakespeariano – accettando una narrazione più lineare frutto di un confronto serrato con i dettami della produzione, ma mantenendosi senz’altro coerente con i propri cardini estetici e tematici. Il principe Amleth vede così crollare il suo mondo già da giovanissimo, quando il padre viene ucciso e la madre è rapita dallo zio traditore Fjolnir. Cresciuto fra i barbari e nutrito nell’odio, il giovane riesce infine a rintracciare lo zio nelle vaste lande islandesi, dove si presenta sotto forma di schiavo per mettere in atto la sua vendetta. Come già nelle opere precedenti dell’autore, un personaggio sospeso tra due realtà (la nobiltà d’origine e la condizione barbarica che ne ha plasmato il destino) deve pertanto attraversare una quest che è tanto impregnata di violenza e distruzione, quanto a sua insaputa seme di un processo di ricostruzione.

 

 

Un viaggio che porterà Amleth a trovare la reale quadra del proprio destino e a porre le basi del proseguimento della sua dinastia. Fino a quel momento, il film si concede il lusso di percorrere entrambi i sentieri: vendetta e redenzione sono due possibilità sempre affiancate e riflesse nel dualismo di una storia che affonda tanto le mani nel sangue e in una realtà prettamente fisica, quanto in una dimensione spirituale e mitica, dove serpeggiano visioni liriche di possibili futuri, aldilà in trionfo e figure stregonesche. Il tutto si riflette nella modalità narrativa, caratterizzata dal frequente uso del piano sequenza, che ancora i personaggi alla propria dimensione realistica, mostrandone le imprese in tempo reale, salvo sublimarle in un’estetica stilizzata e pertanto sempre dal vago sapore allucinogeno. Muovendosi sinuoso tra i sentieri attraversati da Amleth in battaglia o mentre scivola silenzioso nell’ombra per spiare i nemici, l’occhio di Eggers descrive così uno spazio che è potenzialmente amplissimo ma anche ristretto, con inquadrature sempre centrate sul suo protagonista. Anche per questo, ancora una volta la vicenda, pur situata fra i panorami “infiniti” dell’entroterra islandese, si articola tutta negli ambienti contenuti del villaggio di Fjolnir in cui Amleth consuma il suo doppio percorso di distruzione e ricostruzione. Eggers stavolta concede di più allo spettatore, dimostra di conoscere e rispettare certi dettami dettati dalla tradizione, come nella sequenza della conquista della spada, chiaramente debitrice del seminale Conan il barbaro di John Milius. E riesce in tal modo a disperdere una certa cifra autoreferenziale che già iniziava a intravedersi nel suo cinema, aprendosi a un lirismo epico spesso trascinante, che permette di parteggiare per un personaggio diviso e in perenne ricostruzione.

 

 

Lo fa ancora una volta raccontando una storia di famiglie e affrancamento dalle stesse, di fede e di blasfemia, giocando con un’iconografia ricostruita con maniacale fedeltà, ma che trasmette nonostante tutto il sapore di un racconto aperto a varie possibilità e che ha il sapore di una partitura musicale. Fra queste note, l’autore ritrova inoltre alcuni suoi attori feticcio, da Willem Dafoe a quella Anya Taylor-Joy che lui stesso aveva contribuito a lanciare in The Witch e che qui è similmente duale, schiava e indovina. Ma soprattutto c’è la nuova epifania di un Alexander Skarsgard totalmente opposto ai toni più leggeri in cui sembrava iniziare a confinarlo il mercato – si pensi al recente Godzilla vs Kong. La muscolarità esibita del “suo” Amleth, ci ricorda anzi come l’attore svedese fosse a un certo punto anche in predicato per interpretare Thor nelle saghe Marvel. Che quindi non si possa vedere The Northman anche come l’ipotesi di un cinecomic secondo Robert Eggers?

 

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