Prigioniero tra il contrasto e la contraddizione, Daniel è un ragazzone dalle pelle nera e dalla parlata romanesca che veste la divisa dei celerini, indossa il casco e impugna lo scudo e il manganello degli agenti del Reparto Mobile di Roma, ovvero la squadra antisommossa della capitale. Lo abbiamo già conosciuto a Venezia nel 2017, protagonista del cortometraggio Il legionario di Hleb Papou presentato dalla Settimana della Critica nella serie SIC@SIC voluta proprio da Giona Nazzaro, che ora propone nella competizione Cineasti del Presente di Locarno 74 la versione lunga di quello che era stato il corto di diploma al Centro Sperimentale di questo giovane regista biolorusso naturalizzato italiano. Lo spunto del film è ovviamente lo stesso: focalizzare l’attenzione sul dilemma di un italiano figlio di immigrati, che sceglie di servire il suo paese vestendo la divisa della polizia e si ritrova a dover contrastare la protesta degli occupanti di uno stabile romano, tra i quali ci sono anche sua madre e suo fratello.

 

 

Anche visivamente, oltre che concettualmente, l’intuizione di Papou è interessante e vincente, perché oppone alla forza fisica che si scontra sul campo quella morale che si agita nelle ragioni degli affetti, dell’appartenenza, della giustizia. Da una parte la marzialità in divisa che tiene l’ordine, dall’altra la libertà del popolo che occupa lo spazio vitale necessario: due masse forti e solide, per ragioni e per posizione, che determinano anche figurativamente, oltre che idealmente, il contrasto che è il nucleo tematico del film. Une tensione tra opposti diritti (lo Stato e il Popolo, l’uno indispensabile all’altro, secondo l’ordinamento nel quale ci riconosciamo) che si coagula nel personaggio di Daniel. Il quale, con la sua aria da gigante buono nero, sta in bilico tra le due parti e cerca di gestire la contraddizione di cui è incarnazione, puntando sulla flagranza del suo essere un uomo in divisa diviso: da una parte lo spirito di corpo, sul quale fa leva il suo capo, Aquila, che parla della falange come di una famiglia, e che si visualizza nella figura da combattimento della testuggine propria delle unità antisommossa; dall’altra lo spirito familiare, quello appreso dalla madre nera, Félicité, e condiviso col fratello, Patrick, che si concretizza nella solidarietà complessa, conflittuale ma solida, che unisce gli occupanti dello stabile, intenzionati a resistere allo sfollamento messo in programma dal Comune.

 

 

Hleb Papou gestisce l’opposizione tra i due fronti come il nucleo narrativo e tematico di questo suo primo lungometraggio, lavorando su una semplificazione degli elementi e dei caratteri che probabilmente gli è sembrata la strada più adatta a offrire un apparato analitico chiaro ed efficace al suo film. Che chiaramente è un’operazione coraggiosa perché rischiosa, nel suo scegliere una prospettiva che non si schiera né dalla parte dei diritti degli immigrati né dalla parte delle forze dell’ordine, collocandosi sulla contraddizione incarnata da Daniel, insita nel contrasto di cui il personaggio è emblema flagrante. L’articolazione un po’ didascalica delle due posizioni è innegabile e aderisce a una sceneggiatura che lavora su situazioni, sviluppi e caratteri esemplari e a tratti anche semplificati. Il fascismo strisciante tra i poliziotti così come i contrasti interni agli occupanti, divisi tra diritti e doveri della comunità, contengono i luoghi comuni di uno schematismo sociale al quale evidentemente il film intende parlare. Ma per articolare il discorso non sarebbe stato sbagliato approfondire in fase di scrittura lo sviluppo narrativo e psicologico di alcuni personaggi, a iniziare da Aquila e da Patrick, che rappresentano i due ganci opposti sul quale si costruisce il dissidio di Daniel. Non avrebbe fatto male a un film che ha la bella intuizione di essere dedicato a uno di quei poliziotti “figli di poveri” che in anni lontani ma pur sempre presenti Pasolini evocava nelle loro divise di “stoffa ruvida, che puzza di rancio furerie e popolo”…

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