Dedicato ai suoi due fratelli, Charles e Walter, entrambi geologhi, il debutto dietro la macchina da presa di Viggo Mortensen si configura fin da subito come un’operazione estremamente personale. Non a caso Mortensen – che oltre a dirigere e interpretare è autore delle musiche e della sceneggiatura, scritta subito dopo la morte della madre – in un’intervista ha rivelato che «benché si tratti di finzione, ci sono alcuni ricordi che noi tre fratelli condividiamo, sicuramente le dinamiche tra i genitori e certi avvenimenti, alcuni difficili, altri anche divertenti che sono tratti da episodi della nostra storia familiare». E ancora: «Inventando la maggior parte delle cose mi sono sentito più libero di esplorare quello che volevo esplorare, i miei sentimenti nei confronti dei miei genitori e quello che sapevo di loro, nel bene e nel male». Falling racconta la storia di Willis Petersen (Lance Henriksen), un ultraconservatore affetto da demenza senile dal pessimo carattere, fumatore e bevitore incallito, che deve lasciare la sua fattoria nel nord del Paese per trasferirsi in California dal figlio John (lo stesso Mortensen), gay che vive con il marito (Terry Chen) e la figlioletta, per sottoporsi a una serie di esami clinici. In un pranzo domenicale li raggiunge anche l’altra figlia, Sarah (Laura Linney), con i due figli adolescenti. Tutti sono presi di mira dal vecchio, un uomo prepotente, abituato ad avere sempre l’ultima parola e incapace di entrare in relazione con le persone e con le loro scelte.

 

 

A causa della sua demenza, il presente e il passato si confondo senza soluzione di continuità così che rivediamo un giovane Willis (Sverrir Gudnason) agli inizi della sua vita familiare con la bella Gwen (Hannah Gross) e i figlioletti, dalla nascita di John (a cui dice: «Scusami se ti ho messo al mondo per poi morire»), fino alla separazione dalla moglie. È un lento ma inesorabile deterioramento, osservato attraverso le crepe sempre più profonde che si manifestano: i rimproveri per gli stivali indossati in casa, la cenere di sigaretta buttata a terra, la radio ad alto volume durante la cena, il fucile lasciato in mano al figlioletto, la festa di compleanno rovinata…. Tra questo uomo geloso e dispotico e la moglie la tensione è sempre più palpabile, quasi dovesse sfociare in violenza, ma anche il rapporto con i figli si basa sull’autorità, risultando problematico soprattutto con l’adolescente John nei periodi di vacanza. Centro del film è la caduta (come suggerisce il titolo Falling) di un uomo, lenta ma inesorabile dal punto di vista affettivo (l’uomo è solo) e fisico (la perdita di memoria), sottolineata da una distanza fisica (il padre vive nel nord gelido, i figli nel solare sud) e psicologica (all’ultimo Natale nessuno lo ha raggiunto).

 

 

La commistione tra passato e presente appare troppo insistita, con salti continui caratterizzati da una fotografia un po’ banalizzante (calda per il passato, livida per il presente), mentre risulta interessante la scelta temporale di concentrare la storia su un presente delimitato (una settimana per le visite mediche di Willis, con una breve appendice che segna il ritorno alla fattoria) e un passato più dilatato (dalla nascita di John fino alla sua adolescenza), tralasciando la ricostruzione centrale che viene solo accennata: i problemi di alcolismo di John (che non tocca più alcol), la morte di Gwen in un incidente stradale e quella della seconda moglie di Willis, Jill (Bracken Burns), vista nelle vacanze estive e da cui l’uomo si è separato per le stesse ragioni che lo hanno allontanato da Gwen. Fortunatamente nemmeno la parte legata ai problemi di salute del vecchio Willis prende il sopravvento (divertente il cameo di David Cronenberg nei panni del dottore che deve effettuare l’analisi della protesta). Un’opera prima un po’ schematica nel mettere a confronto un padre e un figlio agli antipodi con inevitabile momento di recriminazione («Non hai mai chiesto scusa né detto ti voglio bene») che porta al ristabilimento dell’ordine. Grandi le interpretazioni di Lance Henriksen che riesce a rendere il vecchio Willis detestabile e irritante, così come quella di Sverrir Gudnason (era il campione svedese in Borg McEnroe) che restituisce un temibile giovane Willis anche solo attraverso uno sguardo.

 

 

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