Festa del cinema di Roma – La cura di Francesco Patierno e il paritario confronto con la realtà

Il lockdown, esperienza mai vissuta dalle nostre generazioni in epoca moderna, ha profondamente segnato non solo i tratti esteriori delle nostre società attraverso una sperimentazione di quella distopia che avevamo solo letto nei libri o visto al cinema, ma ha anche segnato i nostri sguardi sulla quotidianità e frantumato molte certezze. Il racconto quotidiano di una dolorosissima ecatombe e l’inarrestabile cammino di un virus malefico ci hanno richiamato alla memoria gli abissi di Camus o le immagini inquietanti di Soderbergh in quell’imminente futuro che abbiamo sempre immaginato carico di sogni e che ora sembra vestirsi del colore delle incognite e delle sconosciute paure. In quest’ottica anche di riflessione attraverso un racconto il Festival di Roma ospita nella sezione Concorso Progressive Cinema, il nuovo film di Francesco Patierno La cura, che con un originale lavoro di scrittura ritorna sul tema della pandemia, ma soprattutto, liberamente ispirandosi a La peste di Albert Camus, imbastisce un racconto intessuto di sentimenti e piccoli accadimenti in una fitta rete di relazioni in quel disorientamento che nasce dalla nuova condizione disegnando lo scenario di una città come Napoli, afflitta da un virus serpeggiante nel quale si muovono i suoi personaggi intrappolati dal proliferare della malattia, ma anche scossi dalle proprie vicende personali.

 

 

Dopo Nostalgia di Martone, un’altra macchina da presa scandaglia il cuore della città partenopea che diventa dapprima l’ambiente dentro il quale si gira un film, degradando la narrazione verso una confusione sempre maggiore confondendosi con la realtà vissuta dagli stessi personaggi/attori/persone. L’oggetto della fiction si sostituisce trasformandosi in quotidiano fluire di piccole storie degli ammalati nell’ospedale tenuto in piedi da un misterioso personaggio che ha il solo desiderio di aiutare chi è in difficoltà. La cura diventa altro e, seppure lavorando sul tema della solidarietà come contaminazione benefica che contagia anche i più scettici, sa gettare uno sguardo su un mondo destinato alla caduta dentro un incubo inatteso e inarrestabile. Patierno scrive la sceneggiatura avvalendosi della collaborazione di Francesco Di Leva, anche protagonista del film e di Andrej Longo. Una scrittura che tradotta nelle immagini porta con sé il desiderio di un racconto per ellissi dentro il quale potersi lasciare andare. È quasi un concedersi al film affinché si faccia un po’ da solo. Patierno pratica con disinvoltura una libera espressività che concilia il rigore e le ferree regole della messa in scena con la libertà interpretativa concessa ai suoi attori colti nei gesti e nelle espressioni che sopravanzano l’imitazione del reale. La cura è un film nel quale il confronto con la realtà diventa paritario offrendo al cinema un’altra occasione per decostruirla per entrare in quel terreno virtuale della finzione, ma senza scosse, in uno scivolare quasi invisibile nel quale il confronto costituisce di nuovo, tema infinito e appassionante. Sotto un profilo più strettamente astratto, riflettendo sul senso di un film che sembra appartenga a quella categoria del cinema in presa diretta, per le ragioni che si è provato a spiegare, il dato sicuramente più rilevante del lavoro di Patierno, che anche altri meriti sicuramente possiede, è quello di avere lavorato con particolare cura su questo spostamento progressivo dei registri narrativi, instaurando un solido rapporto tra cinema e reale, tra vero e falso che assomiglia al vero. Tanto che il film pur assumendo le forme di una fiction, assume per contro il senso di un documentario, lavorando con efficacia su quella benefica confusione intesa come combinazione riuscita di elementi diversi che diventa materia spendibile e originale all’interno della più ampia riflessione.

 

 

Con i dovuti distinguo il lavoro di Patierno, con quel tanto di metacinematografico che possiede, può ricordare l’operazione di Truffaut con Effetto notte tenuto presente che quel film diventava vero racconto del cinema come ripresa di una falsa verità che però in quanto affidata all’immagine diventava infallibile e questo, invece, non avendo queste ambizioni, lavora su un piano diverso nel quale risultano coinvolti i sentimenti che all’interno dei due registri non mutano, segnando, come nel film del regista francese, una continuità tra il cinema e la vita in quel piccolo e ulteriore miracolo – che solo il cinema poteva creare – per cui di nuovo il vero e il falso per un momento si incrociano e si identificano. Si diceva degli altri meriti e a questo proposito non si può tacere dell’attento lavoro sui personaggi posti a confronto con la peste che dilaga e con le proprie personali vicende che li porta a compiere scelte inattese in un clima di crescente e sofferta solidarietà, contro ogni conclamato diritto alla felicità di cui parla il dott. Bernard, interpretato dal sensibile Di Leva, che offre una intensa prova d’attore, che fa il paio con quella del già citato Nostalgia, in un ruolo di trait d’union tra il virtuale e il reale, diventando il suo personaggio simbolico all’interno di un racconto che mette ancora a confronto il sapere della scienza e la subdola potenza del virus. In fondo La cura è quello che si dice un piccolo film, sicuramente nato dall’impegno di molti e dalla costante attenzione a un racconto per immagini che offra interrogativi più che risposte, problemi più che soluzioni, mostrandoci quanto siamo disarmati e soli in un mondo pieno di incognite.