Escludendo che il cinema di Loznitsa sia solo un lavoro di scelta e di compilazione di materiali, resta da identificare il genere dentro il quale si ascrive questo notevole impegno a metà tra lo storico e il filosofico, tra l’archivistico e il filologico che il regista ucraino conduce ormai da qualche anno, scavando negli archivi europei e non, ma soprattutto restituendo senso attuale a quelle immagini datate e sommerse. Un lavoro quindi che non solo restituisce vita a decine di sequenze archiviate e sconosciute, ma, soprattutto, ci obbliga con l’immediatezza folgorante delle immagini, a occuparci dell’oggi pur guardando immagini di un passato sempre più lontano. Sarà l’animo con cui ci si predispone o il senso che l’autore sa attribuire a quelle sequenze, ma resta il fatto che se ci accingiamo a guardare un suo film sappiamo che non assisteremo a una pura rievocazione di eventi, a una operazione che possa ascriversi solo alla memorialistica storica. La conferma arriva anche da questo nuovo film che ove ancora residuassero dubbi serve a dissolverli, per approdare al senso di questa immanenza del passato che diventa il cinema vivente di Sergei Loznitsa. Anche con The Natural History of Destruction (in concorso a Filmmaker Festival), il regista mette in scena quel logos, nel doppio significato che il termine conserva, con il quale dentro una ferrea logica dell’argomentare l’analisi delle parabole della storia tornano a farsi contemporanee attraverso il loro uso rigoroso e intransigente, nelle dissotterrate immagini che Loznitsa ci propone, attraversate da una ineccepibile esposizione filologica dalla quale emergono le relazioni, le idee e gli sguardi pessimisti sul presente. È in questa prospettiva che il cinema del regista pur lavorando su materiali altrui diventa lingua propria e invenzione di un proprio originale sguardo e intervento politico sul presente. Cinema saggistico, saggistico-storico, ma soprattutto rappresentazione drammatica del presente storico, mentre le immagini, quel cinema totale e fluviale, inarrestabile nel suo racconto, nel suo cogliere tragedie e volti, corre su quel filo rosso che lega le epoche, i cicli storici ed errori umani.

 

 

The Natural History of Destruction è ispirato all’omonimo libro di Winfried G. Sebald, autore già incrociato dal regista ucraino con il suo precedente Austerlitz. Ancora una volta dopo The Kiev Trial, passato sugli schermi di Venezia 2022, Loznitsa torna a confrontarsi, dunque, con gli effetti della storia, che in altre parole e nella sua nuova lingua cinematografica vuole dire riflettere sui temi del senso di tempi differenti che finiscono con l’assomigliarsi. I film di Loznitsa hanno pertanto il pregio di restituirci la percezione della storia secondo l’invocata definizione che la vede come maestra di vita, ma al contempo ci invitano a un pensiero ulteriore e oppositivo che si fa strada quando da quella stessa lezione magistrale si finisce con l’apprendere che tutto assume un altro profilo quando il racconto si consuma nel protagonismo dei vincitori. È proprio sulle macerie di un disastroso epilogo voluto dai vincitori, tra l’apocalisse di un mare di pietre su pietre e di una umanità disfatta, tramortita da una guerra che ha polverizzato ogni speranza, sfilacciato ogni legame e martoriato ogni senso di appartenenza, che The Natural History of Destruction trova la sua conclusione amara e pessimista. In questa visione progressivamente disperata, pur in un quasi cronachistico divenire degli eventi, il film accresce il suo spessore, convalida ogni iniziale teoria sul disastro premeditato. Il film diventa implicito monito visivo, analisi storica di un fenomeno e solida cerniera che unisce il passato della Germania sconfitta dopo la Seconda guerra mondiale e un presente in cui l’Europa, di nuovo, dopo gli anni ’90 si fronteggia con una guerra che fa saltare ogni preconizzazione del futuro, riducendo al minimo ogni desiderio di futuro.

 

 

Il cinema antropocentrico di Loznitsa parte, anche in questa occasione, da quelle premesse fondanti costituite dal tessuto della storia e da quella visione (brechtiana) che la vede vissuta dalla parte del torto. La sua macchina da presa chiesta in prestito ai suoi colleghi del passato, si pone dietro gli occhi dei perdenti e attraverso quelle immagini, rivitalizzate dalla nuova linfa del presente, con un geniale colpo di coda ci racconta la tragedia dei tedeschi ridotti alla disperazione, delle loro città ridotte in polvere. The Natural History of Destruction è per questo forse un film che oltre a lavorare sul found footage di una storia che già all’epoca veniva scritta dalle immagini, conserva una specie di misticismo laico, che trova espressione in quella potenza visiva inattesa, in quel dolore invincibile delle colpe dei vinti, in quei gironi infernali di quei primi giorni di un vicino dopoguerra. Un tema che ha a che fare con l’emendazione dal peccato, con la pietà per un intero popolo colpevole. Lo stesso sguardo rosselliniano di quel magnifico Germania anno zero nel quale si rappresenta il suicidio di un intero popolo. Le immagini del film affidano la memoria a questo nostro incerto presente e Loznitsa, dopo un incipit quasi bucolico, in quelle prime immagini che ci introducono in quei luoghi dove nessun dolore sembrava potere scalfire la pacifica vita delle campagne o delle città tedesche, in un climax che si fa incalzante, ci guida dentro l’inferno di quella soluzione finale che prevede l’annientamento dell’ex potenza tedesca.

C’è poi la sopportazione del dolore, che diventa insostenibile nella contemplazione della morte in quelle interminabili file di cadaveri pietosamente esposti per l’improbabile riconoscimento dei parenti. Anche da qui il pensiero riparte per confermare la diametrale differenza di condizione dell’oggi e scopriamo che c’è del coraggio teutonico nel risollevare un Paese ridotto alle ossa, a causa della sconfitta privato di ogni prerogativa diplomatica, fino alla odierna vitalità fatta di solida economia e centralità nelle relazioni internazionali. È questo l’effetto indiretto della analitica filologia di Loznitsa, di una nuova interpretazione di quelle immagini sconosciute, che così interpretate sanno raccontarci ben altro più del loro materiale contenuto. Tutto avviene come quando si guida un’automobile e diventa importante capire cosa succede dietro per interpretare le mosse di chi sta davanti. The Natural History of Destruction è film saggio storico, ma al contempo sa farsi lingua nuova del presente per raccontare la storia del futuro, specchietto retrovisore per interpretare l’imminente domani.

Scrivi