Su Prime Video Gli indifferenti di Leonardo Guerra Seràgnoli e l’intrigo amoroso, semiamoroso, affaristico

“Non essendo mai stato a scuola nessuno mi aveva insegnato la punteggiatura. Ho scritto tutto il libro in questo modo: ogni frase prima me la dicevo ad alta voce e poi la scrivevo. Per congiungere una frase all’altra mettevo un trattino”.  Alberto Moravia raccontava così la genesi tecnica del suo primo romanzo. L’autore aveva ventidue anni e ne aveva passati cinque a letto fra casa e sanatorio. Cominciava così il più straordinario caso di dedizione che la letteratura italiana abbia mai prodotto. Qui è la radice del grandissimo e in sostanza ininterrotto (almeno fino a quando è stato in vita) successo di Moravia, certamento lo scrittore italiano moderno più letto e tradotto. Ed è singolare che questo professionista della scrittura abbia avuto un inizio così poco tecnico: la punteggiatura degli Indifferenti fu aggiunta alla fine, a libro terminato. Come è anche singolare che l’opera forse più letterariamente più innovativa degli anni Trenta e Quaranta italiani nasca inequivocabilmente segnata dal teatro e dal cinema, così ricca di dialogo, così precisa nell’ambientazione di una mediocre storia borghese: l’intrigo amoroso, semiamoroso, affaristico e, alla fine, indifferente in cui sono coinvolti il losco Leo, la torbida Mariagrazia e i suoi figli Carla e Michele, tutti personaggi che finiscono per rassomigliarsi tra di loro.

 

 

Gli indifferenti, uscito nel 1929, rimane ancora oggi il libro italiano imprescindibile sulla borghesia (e i suoi guasti). Quindi nessuna sorpresa che il film di Leonardo Guerra Seràgnoli funzioni come ricerca antropologica e perda qualcosa come carica metaforica (il tempo passa, il sesso non è più un tabù). Per il regista l’idea di adattamento del romanzo:”è nata inizialmente dalla sensazione che i temi trattati nel romanzo fossero particolarmente attuali. Abbiamo scelto una trasposizione contemporanea perché ci interessava sottolineare come nonostante i tanti anni passati e una società che si è apparentemente evoluta, la famiglia Ardengo, Leo Merumeci e Lisa, siano ancora qui tra noi. Partendo da questi presupposti e cercando di seguire l’ossatura del romanzo, abbiamo aggiornato la storia per vedere se l’adattamento potesse, organicamente, avere un punto d’arrivo nuovo, un movimento in avanti e non sul posto”. I caratteri mutano un po’ anche se la storia non cerca altre vie: Mariagrazia (Valeria Bruni Tedeschi) è sempre alle prese con l’ amante (un perfetto Edoardo Pesce) che vuole impadronirsi del suo appartamento e  contemporaneamente le insidia la figlia Carla (Beatrice Grannò) che sogna un futuro da gameplayer. Il fratello di Carla, Michele (Vincenzo Crea) che sulla pagina era mellifluo, inane, sullo schermo è assai agitato ma trova il tempo di farsi amanta l’amica della mamma (Giovanna Mezzogiorno). La strepitosa fotografia di Gianfilippo Conticelli lavora su colori tersi, vibranti, che esaltano gli ambienti, gli oggetti, i luoghi chiusi. Un modo per venire a patti con la capacità di Moravia di superare il piano puramente concreto e fattuale attraverso una raffinata tecnica compositiva che prevede l’uso di immagini (e di oggetti) dotati di una potente capacità associativa che vengono isolati e poi abilmente riproposti, mentre i personaggi vanno sprofondando in una interiorità che di tragico e profondo non può avere più nulla, è solo opaca, grigia, troppo carica di storia, cioè di soprammobili, di ninnoli. Cose ereditate, stantie, impolverati eppure necessarie.