C’è voglia di tornare al cinema di Sergio Leone, ultimamente: gli omaggi sono discreti ma continui, fra mostre, libri e documentari. Come questo Sergio Leone: l’italiano che inventò l’America, diretto da Francesco Zippel e presentato in anteprima nella sezione Classici della Mostra del Cinema di Venezia 2022, prima della doverosa uscita in sala. Attraverso le testimonianze di chi ha lavorato con lui e di chi è stato profondamente influenzato dal suo stile, il film celebra infatti la figura di un grande cantastorie, in una prospettiva che è sia storica che critica. Da Clint Eastwood a Giuliano Montaldo, passando per Steven Spielberg, i figli dello stesso Leone, Tornatore e Morricone (in reperti d’epoca), fino all’immancabile Quentin Tarantino, il film cerca di restituire la portata globale del cinema di Leone, noto in tutto il mondo ma generato dalla sostanza stessa del cinema italiano. Perché Leone era figlio d’arte e aveva intrapreso la strada del cinema per proseguire l’opera di un padre (Roberto Roberti) che non aveva potuto proseguire l’attività in modo continuativo a causa della sua militanza antifascista. Ma anche per la gavetta che lo aveva portato a co-dirigere (senza firmarli) oltre trenta titoli del cinema italiano post bellico, fino all’esordio ufficiale con Il colosso di Rodi – da lui definito una parodia dello storico-mitologico, con un protagonista playboy. Soprattutto, però, il cinema di Leone era italiano in quanto non elaborava il western quale racconto d’avventura basato su una prospettiva storica, ma ne faceva invece riflessione sul Mito e sulla sua disillusione.

 

 

Conosciuta attraverso il cinema (e forse i fumetti), l’America si era poi palesata nella sua vita nella forma dei più rozzi soldati Alleati, creando una prospettiva sfasata che nei film si era tradotta in una beffarda rappresentazione di una Frontiera grandiosa ma senza umanità. Nasceva così lo Spaghetti Western con i suoi eccessi. Tra frammenti di interviste in cui Leone cita Omero e le fiabe e dietro le quinte che analizzano le componenti più significative del suo cinema (musica e effetti sonori in particolare), il film racconta perciò la parabola di un artista che ha demolito il mito dell’America, per poi ricostruirlo dalle fondamenta in quei capolavori che hanno fatto scuola. La progressione è lineare, aperta all’aneddotica in grado di far risaltare la componente umana del lavoro di Leone, ma senza recedere mai dal racconto di un artista celebrato in quanto autore, le cui ricadute si sono avute tanto nel cinema che nei fumetti (Frank Miller spicca tra i testimoni più entusiasti). Il film in questo modo è celebrativo ma non nostalgico, dedica belle pagine di approfondimento ai tardi lavori leoniani, come la lunga odissea di C’era una volta in America e il tanto desiderato e mai nato capolavoro sull’assedio di Leningrado. Soprattutto riesce a collocare i giusti tasselli in una maniera divulgativa, che affascinerà chi del regista conosce, per l’appunto, solo il Mito. Per i “leoniani” di lungo corso, invece, sarà comunque una bella cavalcata nel suo cinema, di certo non poco. Attenzione alla scena dopo i titoli di testa, con una gag di Quentin Tarantino che costituisce un perfetto momento leoniano, tra omaggio e ironia, demolizione del mito e sua ricostruzione.

 

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