Sospeso tra la linea della memoria adolescenziale e il solco della realtà adulta, Chi è senza peccato – The Dry è un crime drama a doppia chiave, che tiene insieme la soluzione di due misteri avvenuti nell’entroterra australiano a quarant’anni di distanza, ma indissolubilmente legati nella coscienza del protagonista e nel rancore di tutta la comunità. Diretto da Robert Connolly, il film è la trasposizione del romanzo d’esordio della scrittrice anglo-australiana Jane Harper (tradotto in Italia da Bompiani nel 2017 e ora riproposto: https://www.bompiani.it/catalogo/chi-e-senza-peccato-9788830118614) e si porta dietro una cadenza letteraria che, soprattutto nella prima parte, rallenta lo sviluppo dei personaggi e la definizione drammaturgica. L’intero spettro della narrazione è filtrato attraverso la figura del protagonista, l’agente federale Aaron Falk (interpretato in contenimento da Eric Bana), che torna da Melbourne a Kiewarra, il piccolo centro rurale in cui è cresciuto, per assistere al funerale del suo un tempo inseparabile amico Luke, morto suicida dopo aver ucciso la moglie e il figlio più grande, in quello che sembra un inspiegabile atto di follia.

 

 

Lo schema del ritorno dell’eroe naturalmente porta con sé i rigurgiti di un passato dal quale si fugge sempre, in questo caso incrostato sul rancore che la comunità mostra nei suoi confronti e avvitato sulla richiesta della madre di Luke di far chiarezza su quello che forse non è proprio un omicidio-suicidio. Aaron diventa così lo specchio in cui si riflettono le ombre della comunità, in un classico gioco di spiazzamenti e svelamenti che allargano progressivamente il cerchio del mistero. Ma soprattutto lo fanno sprofondare sempre più nel passato che lo ha unito a Luke, segnato dalla drammatica morte di una ragazza che i due frequentavano, rimasta irrisolta, ma evidentemente legata al motivo per cui Aaron era andato via da Kiewarra ancora adolescente. Il non detto che il protagonista si è portato dietro, legato alla complice menzogna che aveva reciprocamente allontanato i sospetti da lui e Luke, diventa così il vettore di tutto il senso di ineluttabile rancore che il film riversa addosso alla detection, portata avanti dal protagonista fuori missione assieme al giovane poliziotto locale.

 

 

Il susseguirsi di accuse dei paesani e di scoperte sui piccoli misteri della comunità fa da volano per un crime drama che solo nella seconda parte trova il giusto equilibrio tra l’inchiesta sul mistero presente e il succedersi di flashback che svelano progressivamente i fatti accaduti quarant’anni prima. È qui che il film sa nutrire quell’amarezza che nella prima parte resta solo un atteggiamento di superficie, ancorato alla contrapposizione un po’ didascalica tra l’inaridimento della vita adulta (simboleggiato dalla siccità cui fa riferimento il titolo originale, The Dry) e la solarità rigogliosa dei ricordi dell’adolescenza felice. In sostanza un buon veicolo per rievocare il best seller di Jane Harper o per suggerirne il recupero nella riedizione che puntualmente accompagna il lancio del film, infine sopraggiunto dopo una serie di rinvii dettati dalla pandemia.

 

 

 

 

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