Cosa resta dopo i fantasmi di 6 Underground? Raggiunta la pura astrazione narrativa in nome della messinscena dell’action, non resta che ricominciare daccapo. Ambulance rappresenta, in questo senso, il punto di ripristino della cinematografia di Michael Bay, il ritorno alle origini di un cineasta che ha compiuto la sua parabola e ora cerca il modo di ricominciare. Proprio come i caduti risorti del già citato 6 Underground, Bay è un sopravvissuto, consapevole di essere ormai un classico che può divertirsi a citare nei dialoghi i “suoi” Bad Boys e The Rock, e nel dare forma al suo quindicesimo lungometraggio in quasi trent’anni di carriera, compie un salto indietro. Torna quindi a un progetto a budget ridotto (40 milioni), articolato principalmente in un’unica location (l’abitacolo dell’ambulanza lungo le strade di Los Angeles), con una direttrice narrativa debitrice della classica dinamica “criminale & ostaggio” tipica degli action movies degli anni Novanta: ovvero proprio quel cinema da cui egli stesso è stato generato, quando girava i primi lavori sotto l’egida del produttore Jerry Bruckheimer. La storia può dunque apparire più lineare del solito, complice la filiazione da un modello preesistente: il film è infatti il remake dell’omonimo lungometraggio danese uscito nel 2005, in cui due fratelli, dopo una rapina andata a male, rubano un’ambulanza e danno vita a un lungo inseguimento con la polizia.

 

 

Se, quindi, ci si può divertire a tracciare i parallelismi del caso con l’originale o con le varie pellicole che hanno seguito lo stesso schema – facile pensare anche a Speed di Jan De Bont – è pur vero che quanto già fatto nel frattempo, non è passato invano. Così, mentre compie il suo lavoro per scomporre le coordinate visive del tragitto in cui si muovono i criminali, reinventando continuamente lo spazio losangelino, allo stesso tempo Bay allarga il suo sguardo alla marginalità, alle emozioni che la realtà altrimenti lascerebbe fuori campo nel gioco dei “buoni” e dei “cattivi”. Le relazioni tra i personaggi si fanno più complesse, tirano in ballo motivazioni di sopravvivenza che alzano la posta in gioco morale del racconto, mentre il ritratto generale – pure più scevro del solito dalla facile ironia – irride i simboli del comando. Che è un bel ribaltamento di prospettiva per un cineasta che ha sempre glorificato nei suoi shots l’American Way of Life e le sue iconografie esasperate. Ecco dunque agire poliziotti completamente inetti e capibanda incapaci, mentre il centro della scena è occupato dalla bassa manovalanza, fatta di soldati caduti in disgrazia e paramedici sempre sul campo. Per tutti loro il viaggio rappresenta anche un più classico percorso di formazione, propedeutico a far emergere la loro umanità al di là dei ruoli e del “lavoro” che imporrebbe un asettico rigore dell’agire.

 

 

Bay esaspera gli animi per spingerli al limite attraverso una messinscena soffocante che lavora sulla capacità fisica dei corpi di farsi attraversare dall’azione nella staticità dello spazio ristretto: li apre, ne fa esplodere gli organi, spinge a donare sangue mentre si guida e al contempo mette in campo litigi, scontri, fiducia tradita e di volta in volta riconquistata. Lo fa attraverso un legame fraterno “imperfetto” (uno dei due è stato infatti adottato dalla famiglia) eppure assolutamente coeso, che diventa un tutt’uno con i livelli di una città divisa fra lo splendore dei panorami urbani e la miseria di quelli suburbani. Tutti accomunati dall’attraversamento dell’ambulanza, simbolo al contempo di trincea e possibile salvezza. La lezione di Pain & Gain e ancora di 6 Underground – raccontare parabole di ultimi, al di fuori dei circuiti istituzionali – è dunque applicata al legame uomo/macchina di Transformers: la tecnologia salva la vita e aiuta a allargare il campo descrivendo traiettorie aeree vertiginose, ma non è nulla senza un’umanità che sa resistere alle sollecitazioni e può apprendere così il valore del credere nelle persone che ha di fronte. In questo senso Ambulance è un film fedele al Bay pensiero, cinetico, ipertrofico e immersivo, pur costituendone un suo ribaltamento intimo e personalistico, in grado perciò di ridonare linfa a un cinema appagante nella sua pienezza.

 

 

 

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