La pulsione sessuale mette enormi quantità di forze a disposizione del lavoro di incivilimento e ciò a causa della sua particolare qualità assai spiccata di spostare la sua meta senza nessun’essenziale diminuzione dell’intensità. Chiamiamo facoltà di sublimazione questa proprietà di scambiare la meta originaria sessuale con un’altra, non più sessuale ma psichicamente affine alla prima.

 

 

L’arte costituisce un regno intermedio tra la realtà che frustra i desideri e il mondo della fantasia che li appaga, un dominio in cui sono rimaste per così dire vive le aspirazioni all’onnipotenza dell’umanità primitiva.

Sigmund Freud

 

Il dato interessante dell’opera di Rostand – che ha avuto molteplici riduzioni non solo cinematografiche, ma perfino musicali se pensiamo al Cyrano di Francesco Guccini – è l’avere messo su carta, in forma di indiretto melodramma, il desiderio d’amore del suo protagonista nei confronti della bellissima Rossana. Cyrano presumerà inappagabile il suo desiderio a causa della sua deformazione fisica – che in Rostand è un naso troppo deforme e lungo – e continuerà ad amare attraverso le parole che le scriverà nelle numerose lettere che la donna penserà siano scritte invece da Cristiano de Neuvillette, l’uomo che crede di amare per la sua avvenenza. Non vi è dubbio che questo processo, che per inciso corrisponde alla teorizzazione di Freud, costituisca una sublimazione del desiderio, una trasformazione cioè di quello che la realtà tende a frustrare e che l’arte delle parole, in questo caso, rende invece possibile e appagante. Rossana si innamorerà delle parole del segreto Cyrano pronunciate dal suo amante. Ma quando il gioco sarà scoperto di lui non resterà che un guscio vuoto, sono le parole d’amore che hanno creato la fascinazione e non la fuggevole bellezza. Cyrano in questo senso non è che l’archetipo, se si vuole nobile, di un altro grandissimo melodramma girato nel registro horror che fu La mosca di David Cronenberg. Il paragone non sembri azzardato se solo si pensi che quel film, come dalle dichiarazioni all’epoca del regista, nacque dalla riflessione, spinta dalla trasformazione del padre ammalato di cancro, se sia possibile o meno continuare ad amare una persona anche se il suo aspetto fisico non è corrispondente ai canoni della bellezza. Il che ci porta a continuare a chiederci, come si chiedeva Carver attraverso i suoi versi, di cosa parliamo quando parliamo d’amore?

 

 

Joe Wright trae il suo film dall’omonima opera musicale di Erica Schmidt, che condividendo il progetto scrive anche la sceneggiatura, consentendo al film di lavorare ancora più a fondo proprio sul registro del melodramma. Questo ci dimostra il coraggio produttivo e controcorrente, non solo per avere affidato al sempre sorprendente Peter Dinklage, con il suo nanismo, il ruolo principale, esasperando (di nuovo coraggiosamente) i termini della questione, ma anche per avere scelto per il ruolo di Rossana Haley Bennett, la cui bellezza canonica diventa il perfetto contraltare per sottolineare quell’avvenenza fisica che Cyrano pensa sia l’insormontabile ostacolo al loro amore. Questa profonda differenza acuisce i termini del segreto rapporto amoroso, convincendo perfino lo spettatore della missione impossibile che spetta al povero Cyrano. Forse è proprio questa abissale differenza, anzi insanabile opposizione, coltivata da Wright e dagli sceneggiatori a rendere ancora più verosimile l’indiretto rapporto d’amore tra i due personaggi e a fare risaltare, più che in altre occasioni nelle quali l’opera di Rostand ha trovato altre trasposizioni cinematografiche, il tema di quello spostamento del desiderio da parte di Cyrano che dall’amore per Rossana diviene sublimazione poetica, arte della parola, seduzione verbale alla quale la stessa donna non può resistere, poiché è quello il suo oggetto d’amore e non mai la fisicità, che all’infuori di due casti baci, è del tutto evitata in ogni sua forma nel film. Ciò accade in virtù di quel processo connaturato alla scrittura che sa diventare filtro e camera di compensazione dei desideri e delle pulsioni che nelle parole trovano lo strumento ideale per appagare, in quel mondo fantastico che la parola sa creare, ogni desiderio e ogni ardente brama d’amore.

 

 

Joe Wright non è proprio nuovo alla trasposizione di classici della letteratura. È suo Orgoglio e pregiudizio del 2005, Espiazione del 2007, Anna Karenina del 2012 tanto per citare i titoli tratti da altrettanto famosi romanzi. La sua anima inglese traspare in questo film ambientato nella Sicilia più barocca, tra Noto, Scicli, Siracusa e Catania, che offre al regista la possibilità di inventare spazi e visioni anche pregevoli, che sanno diventare protagonisti del racconto proprio per l’espressività delle profondità di campo che i resti di quelle architetture sanno restituire all’occhio dello spettatore. Uno scenario che diventa scena teatrale in una ambientazione secentesca, ma attraverso la conservazione di elementi del presente consente al racconto di non essere favolistico per diventare contemporaneo, pur sempre dentro una sfera di immaginario. Per non parlare della splendida ambientazione quasi surreale, che nella sua nudità ammantata solo dalla neve sanno offrire le pendici dell’Etna, scenario della guerra che Cyrano e Cristiano sono costretti a combattere. Sembra residuare in tutte queste immagini l’amore che i viaggiatori inglesi hanno sempre tradizionalmente nutrito per il meridione d’Italia e che hanno saputo esprimere con le parole e con i tratti del disegno o dei dipinti. È questa complessiva convergenza di temi e di sguardo che, forse, consente di affermare che Cyrano al momento resta una delle migliori prove del regista inglese, che sa parlare alla contemporaneità con i versi del poeta innamorato.

 

 

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