Inquadrare la violenza sistemica: Watcher di Chloe Okuno

Presentato al Sundance Film Festival 2022, e ora nelle sale italiane, Watcher è il primo lungometraggio della regista americana Chloe Okuno. Julia (Maika Monroe) si trasferisce a Bucarest insieme al marito Francis (Karl Glusman) in seguito alla promozione di quest’ultimo. Non conoscendo il rumeno e con Francis sempre impegnato furori casa per lavoro, Julia rimane sola e isolata nel loro bell’appartamento dal soggiorno ampio e luminoso, caratterizzato da una grande e peculiare finestra affacciata sull’edificio di fronte. Una sera, mentre passeggiano, Julia e Francis si imbattono nella scena di un omicidio, scoprendo in seguito che un serial killer sta terrorizzando la città uccidendo e decapitato giovani donne. Contemporaneamente, Julia inizia a sentirsi osservata da un uomo che abita nel palazzo di fronte (Burn Gorman), che sembra osservarla e seguirla sempre più ossessivamente nelle sue passeggiate solitarie in città. Una straordinaria prova d’esordio per Okuno, che in precedenza aveva diretto solamente uno degli episodi della miniserie horror V/H/S/94 (2021). La regista non lascia nulla al caso, ogni scena è costruita con dovizia di particolari, ogni inquadratura presenta dettagli studiati al millimetro – quasi fossero il risultato di una ricerca kubrickiana di studio dell’apparato scenografico -, il montaggio favorisce in maniera crescente nello spettatore la stessa angoscia che si fa strada in Julia, e, non da ultimi, la proposizione e il dosaggio dei topoi di genere in una pellicola che si sviluppa volutamente su premesse narrative già proposte sul grande schermo ma trattate in maniera tale da spingere in avanti l’asticella dell’autorialità, ci riporta a quelle vette dell’horror contemporaneo che sono Get Out (2017) di Jordan Peele e It Follows (2014) di David Robert Mitchell, che, non a caso, vide già protagonista la Monroe nel ruolo di Jay.

 

 

E mai cast fu più azzeccato: eternamente inseguita da esseri malvagi, Monroe è qui affiancata da Karl Glusman, che già si era fatto apprezzare nel Love di Gaspar Noé, e da un inquietante Burn Gorman, volto che ricerchiamo nella nostra memoria fino a scandagliare i ruoli minori di film di grande successo come Pacific Rim o Il Ritorno del Cavaliere Oscuro. La straordinaria intuizione di Okuno per questo suo esordio è stata quella di voler dichiaratamente attingere a un maestro del cinema come l’Hitchcock de La finestra sul cortile e colorare di suspence una trama che di base potrebbe tranquillamente essere quella di Lost in translation di Sofia Coppola. Ma Okuno non si accontenta e va ancora oltre: incornicia l’inquietudine e il senso di impotenza della protagonista inquadrandola in schermi di volta in volta differenti ma sempre uguali, che si susseguono, lasciando emergere l’universalità e la banalità della violenza contro le donne, una violenza endemica, sistemica, che colpisce anche quando la vittima denuncia e, non ascoltata, dal marito e dalle autorità, viene derisa, additata, isolata, incolpata, financo costretta a venire a patti con chi minaccia la sua esistenza. Quando l’horror è capace di analizzare così visceralmente la realtà, allora sì, fa davvero paura.