“La mamma non faceva che dire a piccolo Bill cosa gli era permesso fare e cosa no.
Ma tutte le cose permesse erano noiose e tutte le cose proibite erano affascinanti.
Una delle cose assolutamente proibite, la più affascinante di tutte, era uscire da solo
dal cancello del giardino per esplorare il mondo che si estendeva al di là di esso”.

R. Dahl, I Minipin
Dal press-book del film

 

Fino a qualche anno fa si criticava negativamente il cinema italiano per essere spesso una manifestazione di insopportabile autoreferenzialità, si diceva che gran parte dei registi italiani era felice di guardare il mondo e raccontarlo, ma che questo mondo non sapeva andare oltre il proprio ombelico. In parte erano critiche fondate, poiché un certo strascico di malintese intenzioni che da Nanni Moretti in poi – si ripete male interpretato – avevano portato il nostro cinema a diventare una specie di confessionale solitario di anime in pena, travolte da invincibili angosce esistenziali. Da quegli anni molte cose sono mutate e anche il cinema italiano, che se non gode di ottima e smagliante salute, sa comunque conquistare una sua fetta di mercato e una attenzione da parte del pubblico che riesce a raggiungerlo. Si perché il problema di questo cinema, che si esprime attraverso vari generi e non solo attraverso quelli della fiction, è quello, come da anni si dice – ma con l’andare del tempo le cose si aggravano invece che migliorare – della distribuzione, con una progressiva invisibilità delle opere prime e seconde o di quel genere sommerso che circuita solo nelle occasioni festivaliere del cinema documentario o più generalmente non-fiction, che in realtà se non abbonda poco ci manca.

 

 

La lunga premessa serve a introdurre il tema che sta al fondo del bel film di Chiara Bellosi (al secondo lungometraggio dopo Palazzo di giustizia), che, prodotto in parte con denaro svizzero, narra una storia molto italiana in termini identitari, ma da quel microcosmo che è l’estrema, e invisibile, periferia romana – ad esclusione dei fratelli d’Innocenzo che l’hanno posta al centro dei loro racconti – sa essere l’osservatorio per uno sguardo che non è né autoreferenziale, né limitato nella sua estensione, anzi proprio l’inverso di queste due categorie. Quindi, se Chiara Bellosi con il suo Calcinculo (in concorso nella sezione Panorama al Festival di Berlino) intendeva raccontare una storia che biograficamente (e in modo lato e allargato) le appartiene, l’ha saputo fare distanziando con intelligenza la materia, astraendola da ogni stretta appartenenza e sapendo, piuttosto, raccontare, attraverso la sua ingenua protagonista, un mondo adolescenziale più largo, anch’esso in parte invisibile agli occhi del vasto pubblico, mettendo al centro della sua ricerca una specie di rivolta solitaria e personale, forse anche autodistruttiva, ma essenziale  per la crescita. Uno sguardo dentro un mondo che vive le prime inquietudini legate al morboso desiderio di conoscere i misteri della sessualità e la paura e la sfida verso una condizione di insopportabile solitudine, che Benedetta, la protagonista, affoga nella bulimica volontà di vita, insieme a quella di cibo. In questa vicenda, ambientata in quella periferia senza forma e dunque senza ordine, dentro la quale, nella altrettanta sregolata esistenza, si cresce e si diventa madri e padri, cresce e guarda alla vita anche Benedetta, afflitta da una pinguedine che tradisce la sua insoddisfazione, refrattaria ad ogni disposizione medica o rimprovero della madre, che, al contrario esile e dinamica, rimpiange in segreto la passione per la danza moderna che non ha potuto coltivare, come qualche sua amica che ha avuto anche la possibilità di esibirsi in televisione.

 

 

Benedetta fortuitamente conosce Amanda, un giostraio che nel suo nomadismo si è insediato da qualche giorno in uno di quegli spazi senza bellezza e senza speranza che proliferano in ogni periferia e che con la sua attenzione verso Benedetta attira la ragazzina, che segretamente se ne innamora. Ma Amanda ha altre mire sessuali e non è interessato a Benedetta, che proprio da lui comincerà a prendere quei “calci in culo” che servono anche a dare progressive svolte alla propria vita. Ma Benedetta è solo all’inizio. È forse proprio da Anna, la madre di Benedetta, che bisogna cominciare e ancora prima dalle sue insoddisfazioni, per entrare a pieno nel mondo della figlia. Benedetta che vive sotto l’egida della madre – per quanto viva di più dentro la sua quieta ribellione – sente questa insoddisfazione trattenuta e sfugge al controllo di una persona che ha deciso di mettere da parte ogni ambizione per poi lamentarsi di questo suo stato. Benedetta prova, sin da subito a costruire una sua realtà alternativa e trova nello scostante Amanda una persona che le presta attenzione per quel che è, e non per quello che agli occhi degli altri Benedetta dovrebbe essere. Lei ricambia fingendo di non accorgersi dei suoi orientamenti sessuali e di come si guadagni da vivere al di là della sgarrupata giostra che gestisce.

 

 

Calcinculo con il suo andamento un po’ alla Dardenne – che in Europa hanno fatto scuola in fatto di camera a mano e riprese addosso al personaggio inquadrato alle spalle quasi ad appropriarsi del suo sguardo – ma eliminando l’esclusività della soggettiva sa dire la sua sul mondo dell’adolescenza. Ne sa parlare, anche nel rispetto degli intenti iniziali, che sono quelli che si leggono nel press-book del film. Questa storia è una fiaba. Ovvero: del giocare con la realtà scrive la regista nelle sue note e, facendosi aiutare da Roald Dahl, fa della sua giovane protagonista un’antagonista della dura realtà, una piccola inventrice di sogni e di futuro. Benedetta e Amanda, con i tocchi accennati ad una condizione di marginalità rispetto alla metropoli che incombe e, quindi, tutto dentro ad una periferia che sembra addolcirsi rispetto ai toni accesi di quella marginalità pericolosa e violenta alla quale siamo abituati, vivono il loro laguna blu, ma anche il rapporto che li lega che non è d’amore, sessualmente inteso, quanto di concordanza d’amorosi sensi, di uguaglianza nella difficile strada della crescita. E così come i calci nel sedere servono per acchiappare il telo nella giostra dei seggiolini che volano, servono anche per crescere e quindi, se c’è la voglia, è meglio cominciare da subito.

 

 

 

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