«Bisogna essere pazzi per mettere ogni sera il proprio cuore in mano alla gente«.

Louis Jouvet

 

 

Giorgio Strehler il cuore lo ha messo in tutto quello che ha fatto, come ci ricorda il bellissimo documentario realizzato da 3D Produzioni insieme al Piccolo Teatro di Milano in occasione del centenario della nascita del grande maestro, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma prima del passaggio su Sky Arte. Si intitola Essere Giorgio Strehler – regia di Simona Risi a cura di Matteo Moneta e Gabriele Raimondi – e ripercorre la vita dell’uomo che ha cambiato la concezione del teatro e della sua fruizione, dalla sua nascita nel 1921 alla morte nel 1997. I costumi di scena sembrano prendere vita quando una voce inequivocabile informa: «Sono Giorgio Strehler e mi è stato chiesto di accompagnarvi». È principalmente lui a condurci in questo viaggio che accosta in maniera precisa ed efficace preziosi materiali di repertorio: filmati di prove dei suoi spettacoli, interviste in video e radiofoniche (tra cui quella inedita del 30 aprile 1973 concessa a Roberto Leydi), le fotografie di Luigi Ciminaghi e Ugo Mulas, i filmati dell’Istituto Luce, i biglietti ritrovati con i suoi appunti… Accanto al Maestro, si alternano le voci di chi lo ha conosciuto: l’attrice e compagna Andrea Jonasson, Ottavia Piccolo, la scrittrice Cristina Battocletti, i registi Stefano De Luca e Lluís Pasqual, la costumista Franca Squarciapino, lo scenografo Ezio Frigerio, gli storici del teatro Paolo Bosisio, Roberto Canziani, Carlo Fontana. Particolarmente azzeccata la scelta di non utilizzare l’intervista diretta, ma di far comparire ognuno di essi silente, intento ad aggirarsi per luoghi cari al maestro, lasciando risuonare le loro parole in voice over.

 

 

Un ritratto a tutto campo di Strehler, a partire dalla famiglia d’origine e dall’infanzia a Trieste: la nonna che parlava solo francese, l’amata madre, la violinista Albertina Ferrari, la perdita del padre appena ventitreenne, il forte legame con il nonno Olimpio Lovrich, dalmata di origini montenegrine, grande artista. E poi il trasferimento a Milano a causa dello squadrismo fascista che a Trieste prendeva di mira in particolare gli sloveni; qui, la passione “tardiva” ma subito bruciante per il teatro dopo aver visto Una delle ultime sere di carnovale di Carlo Goldoni che lo porta a iscriversi alla Scuola d’arte drammatica dei Filodrammatici. Nel 1947, la fondazione del Piccolo Teatro con Paolo Grassi con l’idea di fare «un teatro umano» in un luogo di tortura e di morte (la sede di via Rovello era la caserma della legione Muti, operativa dal 1943 al 45 e tristemente note per le efferatezze contro partigiani e dissidenti). Toccante l’intervista in cui un giovane Giorgio Strehler dice che la fondazione del Piccolo non è «solo un gesto teatrale», ma diventa un importante gesto politico fatto per indicare «agli altri e a noi un nuovo modo di concepire il rapporto tra gli uomini e affrontare insieme agli altri uomini la realtà». 

 

 

Non ci si stanca mai di vedere Strehler durante le prove di uno spettacolo: «Lui aveva dentro ogni personaggio», «Alla prima lettura faceva tutti i personaggi», ricorda chi ha lavorato con il Maestro, lasciando al contempo agli attori grande libertà di apportare modifiche, non rendendoli semplici esecutori («Eravamo tutti quanti autori insieme a lui»). Un uomo molto amato, ma anche estremamente solo («Dimenticava di vivere, usciva da teatro, si chiudeva in casa, non parlava con la gente, non andava al ristorante…»), consapevole di esserlo nel suo darsi e dare tutto al teatro: «Il teatro esclude, allontana gli uomini dalla realtà della vita». E ancora le crisi legate al 1968 e alla messa in discussione del suo modo di essere regista che lo portano a lasciare il Piccolo e a trasferirsi a Roma, il grande ritorno nel 1973, l’apertura del Piccolo Studio, della scuola di teatro che deve essere «esperienza di teatro e di vita», «una scuola di formazione umana», fino alla nuova sede – quella che oggi è il Teatro Giorgio Strehler – e all’inaugurazione con Il così fan tutte di Mozart («Fine e preludio a tutto») che Giorgio Strehler non vedrà in scena. Arrivano le immagini in bianco e nero del funerale, «tutto molto teatrale e strehleriano», ricorda Ottavia Piccolo, quasi che lui stesso ne avesse curato la regia e la tomba nel cimitero di Sant’Anna a Trieste. Il viaggio è finito, il cerchio si chiude, le luci di scena si spengono sui costumi di scena. Sipario, applausi.

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