Una fiaba con funzioni realiste, tensioni magiche e pulsioni moderne, sostanzialmente fragile (non è un difetto) ma decisamente rigida, progettuale, strutturata: Le vele scarlatte, il primo film che Pietro Marcello ha girato in Francia, è un film di contrasti celato nella forma di un film docile, magari anche dolce nella sua affabulazione capace di smussare tutti i picchi drammatici, ogni durezza di situazioni, emozioni, vissuti. La fascinazione “antiquaria” di Pietro Marcello, il suo guardare con sensibilità lirica alla gestualità umana e sociale di un XX secolo dispiegato letterariamente, lo porta dopo Martin Eden a muoversi lungo il perimetro della Storia per sagomare la sua visione del mondo osservato dal basso di un’umanità non ancora meccanizzata. Qui siamo in Picardia, a nord dei sobborghi parigini più estremi (“ma avrei potuto girare benissimo questa storia in Calabria o nel beneventano”, dice Marcello), in uno scenario storico che ha qualcosa di arcaico.

 

 

Se infatti la periodizzazione è garantita dai filmati d’archivio che aprono il film e raccontano il ritorno a casa di Raphaël dal primo conflitto mondiale, la provincia e il paesaggio naturale selvatico offrono una dimensione quasi aurorale a questa storia di nascita e liberazione che Pietro Marcello ha adattato dal romanzo di Aleksandr Grin (traduzione italiana per Editori Riuniti).
Si parte dalla materia grezza di una guerra combattuta nella terra e ci si spinge verso le altezze del cielo solcato dalle vele scarlatte profetizzate per la piccola Juliette da una maga che le garantisce un futuro di libertà. In mezzo c’è una storia di dolore, ostilità, pregiudizi, sopraffazione che passa di madre in figlia e travolge (ma non stravolge) la semplicità di un padre che torna salvo dalla guerra e sa essere portatore di accoglienza. Raphaël ha le mani grosse, callose, del magnifico Raphaël Thiéry, massa fisica che trasforma la brutalità dei tempi in dolcezza: è un falegname, costruisce, intaglia, forgia e soprattutto ama la piccola Juliette, che sua moglie gli ha lasciato prima di morire. Ad accogliere il suo ritorno dal fronte c’è Adeline (Noémie Lvovsky, presenza ogni volta sorprendente), che sta crescendo la piccola Juliette e che offre all’uomo un tetto, disegnando quella che è una sorta di famiglia allargata dove i legami sono liberi di essere al di là della loro struttura sociale.

 

 

 

A partire dal romanzo di Aleksandr Grin, Pietro Marcello costruisce uno schema che assume quasi la forma di una fiaba in attesa della modernità, in cui Juliette è l’elemento dinamico attorno al quale si muovono le emozioni in atto. Il paese serba un segreto che Raphaël dovrà acquisire, il bene e il male si confondono nell’animo dei personaggi, ma non toccano la magica semplicità della ragazzina che cresce e diventa una giovane donna nel segno dell’armonia con una natura in cui trova la verità delle relazioni. Juliette è quasi una ninfa che gioca con l’acqua placida dei fiumi, con quella tempestosa della scogliera e con quella volatile delle nubi in cielo, lasciando al resto del mondo la terra, il fango, la materia grezza. Il futuro ha l’aria della modernità portata da Louis Garrel, pioniere del volo e vessillo di un cambiamento radicale di prospettive che troverà Juliette (interpretata da una Juliette Jouan magnificamente lieve e trasparente) protagonista assieme ad Adeline e alle altre donne libere del villaggio.

 

Il film segue questa dinamica con precisione poetica, ampiezza visiva, profondità di sguardo, chiarezza di idee: tutto è molto strutturato, Pietro Marcello non disperde un momento, intaglia con attenzione ogni elemento, affidandosi a un immaginario che dialoga col romanticismo e con il realismo con una ingenuità che diventa cifra stilistica, scelta di campo per una estetica della semplicità. Stupisce la mancanza di chiaroscuro, la sottrazione di ogni sfumatura, il rifuggire da ogni sbavatura: Le vele scarlatte è fatto di gesti (drammaturgici e filmici) molto netti, e si ha quasi la sensazione che questo giovane autore così istintivamente viscerale tema di concedersi (e concederci) qualche smarginatura, quei décalage che hanno nutrito i suoi folgoranti esordi.

 

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