Il tempo. O meglio la mancanza di tempo. E naturalmente il lavoro: in À plein temps, in uscita con il titolo Full Time – Al cento per cento per evitare sovrapposizioni con A tempo pieno (L’emploi du temps, 2001, di Laurent Cantet che, ispirandosi alla tragica vicenda di Jean-Claude Romand – al centro del romanzo L’avversario di Emmanuel Carrère e della omonima trasposizione cinematografica di Nicole Garcia del 2002 -, affrontava sempre la questione del lavoro), il regista Éric Gravel si concentra sulle giornate senza respiro di Julie (Laure Calamy), madre divorziata di due bambini, che ogni giorno dalla banlieue deve arrivare nel centro di Parigi dove è capo governante in un hotel a 5 stelle. Decisa a cambiare lavoro e a tornare a occuparsi di ricerche di mercato, suo campo di specializzazione, deve sostenere nuovi colloqui per un posto che le permetterà di ricominciare da zero. Il tutto nel periodo peggiore: uno sciopero dei trasporti a oltranza blocca treni e metropolitana, l’anziana vicina che tiene i bambini in sua assenza ha deciso, anche su pressione dei figli, di lasciare questo impegno sempre più faticoso, l’ex marito non le ha versato l’ultima rata degli alimenti ed è irraggiungibile, non può assentarsi dal lavoro perché deve seguire una nuova assunta…

 

 

 Un equilibrio precario quello di Julie che viene messo a dura prova da un evento esterno come lo sciopero dei trasporti e che rischia di avere conseguenze devastanti sulla sua esistenza. Come tanti franciliens che quotidianamente si spostano dalla periferia verso la capitale, la giornata di Julie comincia presto e finisce tardi. La sveglia suona alle 4.26, deve preparare i bambini, lasciarli dalla vicina, correre in stazione sperando di trovare un treno o un passaggio, assentarsi di nascosto dal lavoro per andare ai colloqui, evitare la sua capa che sospetta qualcosa, non rispondere alle telefonate della banca che la cerca con insistenza, continuare a lasciare messaggi sulla segreteria dell’ex marito, cercare il regalo per il compleanno del figlio, preparargli la festa con i compagni, fare l’autostop per tornare a casa o noleggiare un furgone e arrivare comunque sempre in ritardo. A ciò si aggiunge un’escalation di violenza e di disordini dapprima accennata dai notiziari televisivi e radiofonici e poi sempre più palpabile (caos nelle strade, fumo che si alza in lontananza) e che va di pari passo con la discesa agli inferi di una donna sull’orlo di una crisi di nervi che ha la capacità di sbagliare tutte le mosse: finisce per mettere nei guai l’apprendista cameriera a cui ha imposto di coprirla durante un’assenza, bacia il padre di un compagno del figlio che le ha dato un passaggio in auto e le ha aggiustato lo scaldabagno compromettendo irrimediabilmente i rapporti, regala al bambino un trampolino elastico da cui lui cade…

 

 

In Full Time – Al cento per cento (presentato all’ultima edizione di Venezia Orizzonti dove è stato insignito dei premi per la migliore regia e la migliore attrice), Gravel affronta varie questioni sociali (le difficoltà delle madri single, i disagi creati dagli scioperi) ma senza farne mai una questione di rivendicazione o di atto d’accusa. Riesce piuttosto, con grande maestria, a realizzare un film di denuncia senza essere banale trasformandolo in un thriller: Julie corre tutto il tempo, la suspense è costante, l’angoscia di sapere se arriverà in tempo ai vari appuntamenti è palpabile. Un vero e proprio tour de force che vira all’incubo contrassegnato da una musica angosciante che ben trasmette lo stato d’animo in cui si trova la protagonista – una strepitosa Laure Calamy presente in tutte le inquadrature e abilissima a rendere tutte le emozioni – e noi con lei. 

 

 

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