«Tutto quello che chiedo

È un po’ di rispetto quando torni a casa

Ehi tesoro solo un po’ quando torni a casa»

 

Rispetto. Questa semplice ma sottovalutata parola è al centro della vita dell’icona della musica Aretha “Ree” Franklin, la Regina del Soul, e del film biografico di Liesl Tommy che da essa è tratto. Ripercorrendo le tappe fondamentali della biografia della cantante, dall’infanzia difficile all’incisione del suo album più venduto, il biopic mostra la fragilità e le intrinseche insicurezze, ma anche la strenua capacità di resistenza, di una donna di colore – la prima a essere entrata a far parte, a soli 52 anni, della Rock and Roll Hall of Fame – che, attraverso la musica, non si è voluta piegare a un mondo profondamente maschilista, patriarcale e razzista. In questo senso, la tematica femminista, e femminile, è particolarmente importante per capire a fondo le ragioni che hanno spinto la protagonista a prendere determinate decisioni non sempre comprese, soprattutto dagli uomini che facevano parte della sua cerchia: il padre (Forest Whitaker), influente predicatore battista premuroso ma eccessivamente severo, il primo marito Ted White (Marlon Wayans), violento e possessivo, i diversi produttori musicali con cui ha collaborato. In forte opposizione con queste figure maschili, si trovano quelle femminili, assolutamente solidali e di fondamentale rilevanza per il percorso di crescita personale e insieme artistica della cantante. Tra queste, spiccano l’amorevole madre Barbara (Audra McDonald), vera e propria maestra di vita, in grado di insegnarle il valore della libertà di pensiero e azione e di sostenerla anche dopo la sua morte, la nonna, la star Dinah Washington (Mary J. Blige), le sorelle Carolyn (Hayley Kilgore) ed Erma (Saycon Sengbloh)e la nuova compagna del padre, Clara (Heather Headley). Ciò che accumuna profondamente queste donne è il grande affetto per Aretha insieme a una forte consapevolezza del proprio rinnovato ruolo all’interno di una società che non le accetta né si sforza di comprenderle, all’insegna di una volontà di egemonia maschile che lascia ben poco spazio alla libera creatività e all’indipendenza decisionale di figure femminili che comunque si rivelano le uniche a poter avere, di diritto, l’ultima parola (proprio come Aretha in merito alla carriera e alla sua vita privata). Proprio per questo motivo, la cantante, a un certo punto, decide di prendere in mano la propria vita, lasciando un marito violento e sfruttatore e proclamando il suo inno alla libertà a pieni polmoni: «Faresti meglio a pensare, – dice -, a quello che stai cercando di farmi, sì pensa, lascia andare la mente, renditi libero».  

 

 

Anche il tema religioso/spirituale è centrale nel film, altra colonna portante della vita (reale) di Aretha che le ha permesso di combattere il proprio «demone» (espresso sotto forma di un dolore indicibile e mai superato) per rinascere nella sua forma più splendente, quasi come una fenice nata dalle proprie ceneri, dopo un periodo buio di dipendenza dall’alcol. In Respect si è volutamente sottolineata l’intenzione della protagonista di interpretare a suo modo la fede, attraverso la sempre presente e pulsante anima soul che caratterizza la sua voce e le sue canzoni, rendendo in questo modo maggiormente umano e intimo il rapporto con la fede stessa. A questo proposito, il film si iscrive significativamente all’interno di una struttura ciclica per cui la protagonista, dopo aver abbandonato la formazione religiosa ricevuta dal padre, torna, attraverso l’incisione di un album interamente gospel, a ricongiungersi a essa ritrovando la sua anima più genuina e “vera”. 

 

 

Alla luce di un uso poco rivoluzionario e azzardato di quelli che sono gli elementi propri del linguaggio cinematografico (fotografia, taglio delle inquadrature, struttura narrativa), per favorire la focalizzazione sulla trama più che sulla macchina cinema, la straordinaria interpretazione (soprattutto canora) di Jennifer Hudson, e il pathos di enorme impatto che ne deriva, rende assolutamente tollerabili quelli che si rivelano come i tipici cliché del biopic (il racconto di un’adolescenza tormentata, il difficile rapporto con alcol e droghe e il conseguente riscatto finale del personaggio principale), che tuttavia si rendono necessari in quanto realistici e comuni alla maggior parte delle stelle della musica, quasi a significare che per essere i migliori si è dovuto fare i conti con un passato torbido e oscuro, ma quanto mai formativo, da lasciarsi alle spalle.
 
 

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