La linea sottile: Josep di Aurel

Tramandare significa trasmettere qualcosa nel tempo, attraverso le generazioni. L’oggetto di questa azione, la tradizione, può essere un bene, un sapere, un comportamento, un credo, un’indole. Tutto (o quasi) può essere tramandato. Eppure, affinché il passaggio di consegna possa funzionare, c’è bisogno di un mittente, ma soprattutto di un destinatario. Josep, esordio nel lungometraggio dell’illustratore francese Aurel, parla proprio di questo. Attraverso il racconto delle memorie di un nonno alle orecchio del nipote, il film inizia con una lacuna cognitiva: un uomo senza passato, è un uomo senza identità. Il vuoto che separa le due generazioni messe a confronto non è però dovuto solamente all’anziana età del narratore, quanto alla miope superficialità di chi ascolta. Josep è un film che racconta senza peli sulla lingua una parentesi storica per i più dimenticata. Siamo nell’inverno del 1939. I repubblicani spagnoli si dirigono in Francia per fuggire dalla dittatura di Franco. Il governo francese confina i rifugiati in campi di concentramento, dove si riesce a malapena a soddisfare il bisogno di igiene, acqua e cibo. È in uno di questi campi che due uomini, separati dal filo spinato, diventeranno amici. Se da una parte Josep è un film duro e crudissimo, che fa della finzione scenica (il disegno) l’arma più sottile e cinica per rappresentare l’orrore in atto, dall’altra è la cornice narrativa in cui i ricordi prendono forma a diventare il vero valore aggiunto dell’opera. Il regista ha ammesso di essersi imbattuto nei disegno di Josep Bartolì durante una fiera di letteratura. Il nipote dell’illustratore, Georges, aveva dedicato allo zio un libro raccogliendo molte delle sue opere che, a loro volta, provavano a rappresentare i ricordi e gli incubi dell’artista. 

 

 

Durante l’esperienza più terrificante della sua esistenza, Bartolì getta tutto se stesso sulla carta. Il disegno lo salva, lo tiene aggrappato alla vita. La linea sottile che viene rilasciata sulla pagina bianca dalla punta delle sue matite non è altro che una traccia, un confine che separa la realtà dall’immaginazione. Il medesimo confine che deve essere valicato dai due schieramenti per provare a mettere fine a una simile atrocità. Una linea, proprio come quella del filo spinato che separa i protagonisti del film. La stessa linea di cui si ciba Aurel, con una tecnica decisamente stilizzata che prova a fare i conti non solo con le illustrazioni alla base del progetto ma anche con uno storytelling estetico che somiglia più a una sorta di fumetto animato. Josep è infatti uno storyboard. Aurel preferisce accostare quadri diversi lasciando che sia il pubblico a colmare i fotogrammi mancanti e restituire al film il movimento fluido a cui siamo abituati.

 

 

Il nonno si racconta al nipote attraverso le immagini della memoria, così come Josep si è raccontato al mondo attraverso le immagini dei suoi disegni. La memoria definisce i due uomini, e non importa quanto attendibile sia (si veda la parabola con la presenza di Frida Kahlo), quello che conta è che venga alimentata e tramandata a una nuova generazione. Esattamente come l’animazione, in anni in cui il digitale sembra essere l’unica tecnica popolare e in grado di aderire a un fotorealismo sempre più performante, il tratto animato (per giunta meno fluido e più limitato) si propone come il diario di ricordi più efficace e indovinato possibile.