La maledizione del wrestling: The Warrior – The Iron Claw di Sean Durkin

Non un film sul wrestling. S’intuisce presto che per The Warrior – The Iron Claw, terzo lungometraggio di Sean Durkin, qui anche sceneggiatore, in precedenza produttore soprattutto di alcuni film di Antonio Campos, il ring è lo spazio per la messa in scena di un mondo e di una cultura, di uno sguardo e di una relazione. C’è tanta tristezza in questo film di morte e ingiustizia, che pensa il passato con malinconia pur proiettandosi nel futuro, che lavora sulle emozioni e sui silenzi più ancora di quanto voglia fare sui muscoli esposti, sulla forza fisica esibita, sull’abilità delle mosse e la profondità delle ferite. Non è un film sul wrestling perché non è un film sul corpo o sulla lotta contro il tempo per tenerlo in piedi e riuscire a raggiungere il successo. Ripulita da ferite, sangue, lividi, l’immagine del corpo qui è restituita attraverso il gonfiore dei muscoli, l’abbondanza delle gocce di sudore, la tensione degli abbracci, l’evocazione di una mascolinità che intercetta il senso di fratellanza che tiene uniti i protagonisti della vicenda, come se fossero un unico oggetto di scena, un’unica entità. Corpi espansi e ingombranti, a loro modo inadeguati a sostenere il peso della vita, di una responsabilità che sembra schiacciarli; corpi mutilati, corpi malati, bucati, perforati, intossicati; corpi come corazze fragili, specchio di un sentimento che camuffa e inganna un dolore più grande di quello subito sul ring e che sbilancia The Warrior sui binari del dramma esistenziale di matrice biblica e familiare, anziché su quelli del genere sportivo duro e puro, in cui si cerca il riscatto e l’approvazione.

 

 
Una scelta dettata dalla volontà di raccontare altro, evitando di inciampare nel paragone con The Wrestler di Aronofsky, guardando piuttosto ad un’operazione più ibrida come I, Tonya di Gillespie, anche se i risultati non sono minimamente paragonabili. L’intenzione è questa, al netto di tutta la sua eccentricità e delle imperfezioni, il film dialoga con una fede cieca nei confronti di una promessa di successo, sostiene un impianto narrativo che per necessità predilige l’ellissi temporale e la concatenazione episodica e genera dissolvenze, fantasmi, fallimenti.D’altra parte il film si apre sull’immagine in bianco e nero del luogo in cui è nato il mito della famiglia Von Erich, un palazzetto dello sport con al centro un ring per i combattimenti. Un’immagine chiusa che richiama il sogno di Fritz Von Erich di diventare campione del mondo, ma che tragicamente racchiude anche il senso dell’intero film, proiettando lo spettatore in un’atmosfera melò da cinema anni ottanta, dove, in pieno reganesimo, si riflette sulle trasformazioni mediatiche e sull’avvento di un nuovo modo di fare spettacolo e sport. Il fenomeno della federazione World Class Championship Wrestling, attiva tra il 1966 e il 1990, fondata da Ed McLemore e il cui presidente nel periodo dell’apice del successo fu proprio Fritz Von Erich, padre, padrone, patriarca inscalfibile interpretato da Holt McCallany, è il pretesto per un racconto dove prevale il condizionamento tossico delle aspettative e del successo, l’oppressione familiare, un disegno fatalista che interpella la libertà.

 

 
Sean Durkin è interessato a raccontare il lato oscuro e tragico del patriarcato, questo è chiaro fin dalla seconda scena del film quando Fritz Von Erich stila una classifica di preferenza dei figli. Ma oltre a questo aspetto, il regista pare interessato a consegnare anche un trattato moralista sul senso del cadere e del rialzarsi, innescando un cortocircuito tra consumismo e libertà, tra yuppismo e neocon, come tende a dimostrare l’epilogo dell’intera vicenda e, in particolare, la parabola di Kevin Von Erich, interpretato da Zach Efron, che sceglierà di spezzare la catena mortale e disperata di legame con il padre cedendo la proprietà a nuovi investitori e aprendosi a nuove opportunità. Pur con tutta la sua approssimazione, la religiosità di The Warrior teorizza una svolta epocale che pare essere ancora oggi rimasta invariata negli Stati Uniti attuali, come tiene a precisare il titolo originale del film riprendendo la famosa Iron Claw: la celebre mossa consisteva in una presa alla testa con pressione su diversi punti del cranio. È da questa manipolazione del pensiero che nasce l’ascesa e la caduta del mito dei Von Erich e ciò di cui soffre maggiormente il film, non sempre capace di tenere a bada tutte le soluzioni messe in campo, non sempre in grado di creare equilibrio tra spirito e materia, corpo e idea, finzione e realtà. Non voleva essere un film sul wrestling, ma fatica ad essere quello che vorrebbe diventare, analogamente ai suoi personaggi.