La vita è una danza di Cédric Klapisch: mettere in discussione il presente, ricordando il passato per costruire il futuro

Ci sono due fratture evidenti, nell’incipit del nuovo film di Cédric Klapisch, una nell’anima e l’altra, che da quella dipende, nel corpo. In questo incipit, come spesso accade, il senso del film. La frattura di un equilibrio della mente si riflette sul corpo con una lesione. La ricerca di un nuovo equilibrio costituirà il percorso di Elise. Temi non nuovi, d’accordo, ma qui questa volta ben detti e bene argomentati. Più grave appare la frattura del corpo per Elise, quella caviglia e quel malleolo sono il suo baricentro di danzatrice classica di discreta fama. È stata la madre scomparsa da qualche anno a indirizzarla alla danza e ora con le altre due sorelle vive il suo complicato rapporto con il padre, rinomato avvocato che ostenta una freddezza evidente e un apparente disinteresse per la vita delle figlie. Ma le fratture risanano, anche quelle più profonde. Klapisch sembra volere quasi misurare la gravità di queste lesioni, così profonde entrambe, con la passione e i sentimenti investiti da Elise, concedendole un tempo di riflessione, di convalescenza per il corpo e per l’anima immersa tra il mare e la campagna della Bretagna. La vita è una danza diventa un film di meditazione sul mutamento e la riflessione in un clima favorevole a questa quieta ricostruzione preludio di una auspicata rinascita.

 

 

È in funzione di questo aspetto del film che il titolo italiano La vita è una danza, diventa banalizzante per un film in cui il pur sopito ottimismo preannunciato diventa faticosa e mai gioiosa e facile ricerca per un nuovo assestamento. Il più multivalente En corps dell’originale, proprio in ragione di questa programmatica intenzione, richiama qualcosa che appartiene alla fisicità della danza, passione bruciante per Elise e costante punto di riferimento del vivere. Risiede nell’intrecciarsi dei temi che appartengono al corpo e allo spirito quella originalità che forse per altri versi il film non possiede, ma forse questa diventa sufficiente materia per un racconto che nel guardare al corpo, a cominciare da quello diafano e quasi disarticolato di Elise, in fondo ha come obiettivo lo scandaglio dello spirito della danzatrice in quel presente così profondamente legato al passato e in quel futuro in cui trova posto un nuovo assetto che riguarda il corpo e la mente. La prima ballerina dell’Opera di Parigi Marion Barbeau dà il volto ad Elise, la protagonista del film, che nella sua aurea leggerezza con la voglia di distaccarsi dal suolo, effetto e nascosto desiderio che si annida nella danza classica, troverà, invece, in quell’opposto desiderio di terra della danza moderna, dopo la lenta guarigione, anche la soluzione ai suoi malesseri. Le intenzioni di Klapisch sono evidentemente più ambiziose e trovano in Marion Barbeau una eccezionale alleata a cominciare da una fisicità appena pronunciata e da una flessibilità che traduce, nel costante binomio di corpo e spirito, il duttile atteggiamento al mutamento, la disponibilità all’ascolto di sé stessi e dei propri desideri.

 

 

Il tema dell’ascolto ci riporta a quello del trauma come segno d’allarme del corpo che ci invita con i suoi messaggi cifrati a una messa in discussione del nostro presente, ricordando il passato per costruire il futuro in una ridefinizione dei nostri confini sentimentali, anche familiari come per Elise con l’irrisolta relazione con il padre. Il tema sentimentale in genere resta come sfondo necessario per un film che a tratti assume i contorni del melodramma moderno, tra la fisicità spinta della danza e una gioventù disinibita, ma anche trattenuta nel manifestare i sentimenti. È in questo percorso tra altalenanti rapporti sentimentali e insegnamenti della materna mecenate che la ospita con i suoi amici che si svela il senso del racconto di Klapisch. L’equilibrio benefico di Elise passa per un mutamento che sa farsi segreto e costante. La volitiva Elise sembra superare ogni dolore con la consapevolezza di una nuova condizione in cui sia compreso il suo benessere fisico e quello spirituale, quel ricercato “ti voglio bene” del padre e quel bisogno di aria e di terra che le appartiene. Klapisch ci consegna al cauto ottimismo in questa storia dove la vita sembra fluire come un lungo fiume tranquillo, un racconto che sembra volere guarire le ansie e pacificare gli animi. Il problema per noi resta quello di trovare una affascinante residenza in Bretagna o in un altro luogo simile dove sperimentare di nuovo il desiderio di futuro.