Paolo Cognetti, autore dell’omonimo romanzo, premio Strega nel 2017, dal quale è tratto il film di Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, è una specie di eremita dei nostri tempi. Vive metà dell’anno in una frazione di Brusson, dove il film tratto dal suo romanzo è stato per lo più girato, ritornando nella sua Milano durante i mesi invernali. Il film, così come il racconto, nasce e si sviluppa attorno all’amicizia tra i due personaggi principali, ma non soltanto. È, infatti, un film che vive di sottili e a volte visibili trame interiori e che riafferma testardamente un linguaggio che non è cinematografico, non è neppure quello della lingua parlata, ma appartiene a quella categoria senza catalogo che resta nella sfera di ciò che è percepibile, ma non classificabile, che suggerisce sempre di guardare meglio dentro le trame, anche quelle poco riconoscibili, per individuare i segni sotterranei dei significati. Si affolla così il caos di emozioni che il film suscita, quasi naturalmente, per la sua natura eremitica e meditativa dentro alla quale ritrovare altre tracce che possano completare quella indagine sui sentimenti maschili, sul senso dell’amicizia, su quello della paternità, ma anche su quello delle scelte e della disponibilità come manifestazione dei legami d’amicizia.

 

 

Ci sono film che vivono dentro trame che si fanno anche visibili e percepibili in quel vasto sentire del metacinematografico che appartiene al film, ma non alla sua diegesi, e fa parte della sua elaborazione segnandone geneticamente i connotati. Felix van Groeningen e  Charlotte Vandermeersch nel loro film recuperano una coppia di attori che ha segnato con Non essere cattivo di Claudio Caligari, un film iconico e non dimenticato, una sorta di nuova rinascita del cinema italiano, per un’opera che sapeva conciliare il passato del cinema con il presente che viviamo. Anche lì vi era un’amicizia e anche lì la drammatica condizione portava a una conclusione tragica della vicenda. Non sembri troppo peregrino questo approccio poiché in fondo Le otto montagne, al di là di ogni altra implicazione, è una storia lunga e resistente di un’amicizia maschile, di quelle solide, di cui ti puoi fidare, nonostante tutto. Le otto montagne, dunque, salda un rapporto, rinnova una condizione e soprattutto riappacifica la memoria dello spettatore che ancora immagina Borghi e Marinelli nella Roma dei sobborghi, ritrovandoli, invece, in vesti non troppo differenti, in fondo, alcuni anni dopo sulle cime delle Alpi valdostane a saldare un altro duraturo patto di amicizia. Se il cinema vive anche di illusioni extrafilmiche in quell’immaginario che sa creare anche in sua assenza, Le otto montagne funziona sicuramente in questa direzione, confermando la bontà della scelta degli attori e il suo significato segreto che supporta il senso visibile del film.

 

 

Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersch – dopo averne ridotto notevolmente di circa un’ora la durata pur nel tentativo di riportare fino in fondo il senso del romanzo – provano a scrivere un film che riesca a parlare con un linguaggio più universale possibile, con quel linguaggio della montagna che non ha bisogno di molte spiegazioni. È quello che è, nudo e crudo. La vicenda segue i due protagonisti. Siamo negli anni ’80, Pietro il ragazzo di città va in vacanza nel piccolo paese di montagna con i suoi genitori. Poi c’è Bruno, montanaro per nascita e concezione. Lavoratore silenzioso e cosciente dei propri limiti, onesto, franco e generoso. Le loro vite si separeranno e si riuniranno, si incroceranno e divergeranno. Ma la ricerca di quella montagna assoluta che sta al centro di ogni aspirazione umana e che svetta tra mari e monti, come simbolo di una invincibile sapienza, è anche la loro segreta aspirazione che ciascuno interpreta a modo proprio.

 

 

Tutto, in fondo, in Le otto montagne si fa funzionale a un racconto di formazione nel quale si alternano legami interrotti e sentimenti fuggevoli o duraturi, ma sempre mutevoli. Van Groeningen e Vandermeersch sanno riempire il loro film non solo del racconto di una amicizia tratteggiata tra generosa reciproca disponibilità e silenziosi risentimenti, ma in questa trasversale e lenta indagine meditativa sui sentimenti. Il secondo tema del film senza dubbio è quello del rapporto con il padre. Da quello che alterna complicità e conflitto che Pietro vive con suo padre (Filippo Timi), appassionato di montagna, gran lavoratore e forse non sempre attento alle evoluzioni del figlio, con un silenzio che sarebbe durato fino alla morte di lui, a quello di Bruno con un padre invisibile e detestato, manesco e lontano dal figlio e dalla famiglia. Per finire alla paternità maldestra dello stesso Bruno nei confronti di una figlia amata, ma tenuta lontana, in un atteggiamento che ha dell’egoistico, ma anche del protettivo nella sicurezza di non essere in grado di rivestire quel difficile ruolo.

 

 

Le otto montagne conserva una sua purezza espressiva, di certo gli scenari naturali di grande fascino aiutano a empatizzare con il racconto, ma è anche vero che i due registi sanno non approfittare della bellezza dei luoghi che costringono in un formato quasi quadrato, evitando ogni magnificenza spettacolare del 16:9. Con l’ambizione di un racconto intimo sullo sfondo di un’amicizia duratura e solida e la consapevolezza di accedere a una narrazione in fondo minimale, van Groeningen e Vandermeersch firmano un film diaristico che come tale vuole affidare alla memoria il racconto delle emozioni che nell’ascesa si fanno sempre più rarefatte, come l’aria, ma più pure e lenitive di ogni dolore.

 

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