Lolo: gioco a tre con sorpresa

cdn.indiewireLolo è un adolescente prepotente, travestito da aspirante artista sensibile e pensieroso, in realtà a tal punto geloso dei fidanzati della madre, da metterli tutti in fuga attraverso stratagemmi difficilmente svelabili. Lei è una Julie Delpy nel doppio ruolo di interprete e regista (qui è al suo sesto film dietro la macchina da presa, dopo Due giorni a Parigi, Due giorni a New York e Skylab,  tra gli altri), che sa filmare se stessa e il microcosmo attorno a lei con leggerezza e un’ironia elegante e arguta. Il risultato è un film, Lolo, appunto, capace di sfruttare gli stereotipi della commedia dei caratteri, in cui gli opposti si attraggono e creano scintille imprevedibili e rocambolesche. In questo caso si tratta di una rivisitazione insolita del trinagolo amoroso, dove lui è un informatico geniale, che, però, si è portato a Parigi tutte le ingenuità della provincia, merce rara di cui il terribile Lolo si serve per prendere il sopravvento. Difficile trovare un equilibrio con la raffinata Violette, immersa nel mondo delle sfilate e manipolata dal figlio tiranno. Neppure l’esempio dell’amica, ben più libera e disinibita (con lei si consumano i duetti più divertenti del film) riesce, sulle prime, a spezzare l’incantesimo della coazione a ripetere.

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Delpy, che è anche co-sceneggiatrire del film, insieme a Eugénie Grandval, è innamorata della commedia come genere dinamico e pieno di risorse, sembra ben conoscere anche il cinema francese d’autore, quello degli appartamenti labirintici, delle conversazioni lunari e non sempre coerenti e dei rapporti d’amore ostacolati da incomprensioni invisibili. È questo cinema che sembra, sottilmente, voler parodiare, costruendo una vicenda analoga, ma cambiata di segno, alleggerita di ogni valenza  introspettiva. Una commedia brillante, allegra, anche un po’ paradossale, che si muove con agilità negli spazi e nei tempi dei suoi personaggi, mescolandoli e creando ilari e caotiche contaminazioni. Ecco perché si cambia registro con tanta disinvoltura, nella sofisticata dimensione del gioco, ma anche in quella opposta, fino ad assunmere toni quasi neri, di inquietudine e disagio. In questa convergenza, ecco che lo spazio “creativo” di Lolo diventa per Jean-René (Dany Boon) il luogo più pericoloso al mondo e l’ambiente della moda di Violette si trasforma in una festa di imbarazzanti equivoci per tutti. C’è poi il disincantato mondo di Lolo che accentua il candore e l’ingenuità di Violette e Jean-René, mentre la storia gira loro intorno e si evolve, si scmaxresdefaultioglie, si chiarisce e riprende come in tutti i copioni sentimentali. Salvo poi avviluparsi, o ripartire, (forse) da zero negli ultimi minuti, quando le cose potrebbero ricominciare da capo, uguali e contrarie. Non più Parigi, ma Londra, non più il figlio di lei, ma la avvenente figlia di lui.