C’è sempre un padre: basta poco al Pete di David Strathairn per esemplificare la sua tecnica di lettura del pensiero al giovane discepolo Stanton Carlisle in uno dei passaggi più significativi dell’undicesima regia di Guillermo del Toro. Un’immediatezza che è la stessa con cui l’autore messicano affronta il magmatico insieme di suggestioni nascoste tra le pagine del Nightmare Alley (Sellerio Editore) di William Lindsay Gresham, romanzo simbolo (sebbene tra i meno noti) della letteratura americana che ha narrato la cosiddetta “generazione perduta” del secondo dopoguerra. La storia di un arrivista con pochi scrupoli, che si forma in un circo per poi intraprendere una carriera di falso indovino e autentico truffatore, risulta perciò coerente con la filmografia di del Toro, che ha sempre indagato i problematici legami tra i suoi protagonisti e le figure più o meno vicarie di quella paterna, dalla nipotina con nonno vampiro di Cronos, a Hellboy e il professor Broom di Hellboy, alla coraggiosa Mako Mori e il maggiore Pentecost di Pacific Rim. La fiera delle illusioni si articola così in due parti che si rispecchiano tra loro: da un lato il circo, con i suoi meccanismi, le case degli orrori, le donne elettriche e gli uomini bestia, in cui Stan muove i primi passi dopo aver consumato il suo rituale di passaggio edipico. Un percorso diviso tra il cinismo del proprietario Clem (un luciferino Willem Dafoe) che non vuole sprecare nessuna occasione e la disillusione autodistruttiva del già citato Pete che sente di aver già superato il proprio momento.

 

 

Due figure non a caso paterne, tra i cui estremi Stan si delinea assumendo sempre più una caratura fisica che lo allontani dal gioco di silhouette con cui è introdotto al racconto. Dall’altro lato c’è il mondo dei “gonzi” da truffare, che pure ha i suoi macchinari: il registratore della dottoressa Ritter e la macchina della verità di Ezra Grindle. E i suoi spazi, come il giardino alla Shining e lo studio della psicologa, altro micromondo descritto da tagli di luce noir che giocano con il rosso intenso delle sue labbra. Ciò che affascina è quanto sta nel mezzo, quell’insieme di particolari dinamiche che aiutano a descrivere ambiguità e abilità, le stesse che Stan utilizza per diventare il santone che comunica con l’aldilà. Similmente al film che per la prima volta riconduce ai margini il coté fantastico per cui del Toro è ben noto, allo stesso modo la sceneggiatura (scritta dal regista insieme alla moglie e storica del cinema Kim Morgan) tralascia tutta la parafernalia di proiettori tascabili e oggettistica che nel romanzo l’imbonitore utilizza per mettere in scena i suoi inganni. Il focus è sui personaggi, seguiti con disarmante sincerità nel loro desiderio di prevaricare il prossimo e nella spavalderia con cui mettono in campo i propri schemi tattici, in un gioco psicologico raffinato ma anche pregno di quel divertimento con cui lo spettatore tenta di svelare i trucchi dell’illusionista.

 

 

Il tutto è reso così attraverso un ritmo anticlimatico e che sgancia la narrazione da ogni tentazione formulaica (cui non sfuggiva ad esempio il primo adattamento di Edmund Goulding del 1947), più vicino allo studio dei caratteri. In tal modo, l’ascesa al potere di Stan segue un andamento lineare ma attraversato da suggestioni visive che irrompono nel corpo del racconto come lampi di un passato sepolto, materializzazione dei sensi di colpa, incubi del rimosso che giocano di sponda con lo stesso andamento trasognato del romanzo. Se Gresham indugia ancor più compiutamente nell’ambiguità del “potere” con cui il protagonista soggioga i suoi “gonzi”, ugualmente del Toro ne rafforza il precipitato allucinato, ma senza mai perdere di vista la sostanza umanamente avida dei personaggi. Pertanto, se l’incedere spietato di Stan deriva direttamente dal rapporto problematico con il padre, le sue imprese si agganciano proprio alle dinamiche affettive con cui i vivi cercano il contatto con gli affetti perduti, spalancando le porte delle proprie debolezze. Un gioco di inganni che vale a ogni livello: il modo in cui si “crea” un uomo bestia nel circo non è infatti troppo dissimile da come si spreme il “gonzo” per carpirne le ricchezze, in una dinamica di trasversalità tra il basso e l’alto che coinvolge il mondo tutto. L’autore retrodata perciò gli eventi di qualche anno rispetto al romanzo per farli coincidere con il periodo della Seconda guerra mondiale e allo stesso tempo crea una risonanza con il presente delle fake news e delle truffe “virtuali”, parlando al cuore di una nazione (e un mondo) che cerca quotidianamente i suoi “santoni” in grado di sollevare la vita dalla sua problematicità, salvo diversamente affondarla ancora di più. In questo senso, La fiera delle illusioni è un racconto fra i più amari del regista che, similmente al suo Stan, abbandonando il circo e la dimensione ludica della mostruosità si immerge nel dolente gioco dell’homo homini lupus. La svolta noir – evidentemente non isolata per del Toro, che ha dato alle stampe un romanzo dello stesso genere, La porta del male (tre60 libri), scritto a quattro mani con Chuck Hogan – non abbandona insomma per strada la sensibilità del grande artista, che respira cinema e elabora iconografie di grande forza. Come quella casa degli orrori che ricorda la sequenza onirica di Io ti salverò creata da Salvador Dalì per il genio di Hitchcock o il filo del telefono che diventa corda che strozza come in Detour di Edgar Ulmer. Ancora figure paterne, stavolta cinematografiche per del Toro e la sua carriera sempre più esaltante.

 

 

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