No so chi e quanti ricordano un film dell’uruguayano Gustavo Hernández dall’evocativo titolo La casa muta. Era e resta un bell’esempio di horror che fonda la sua efficacia su meccanismi della paura molto comuni e sostanzialmente legati all’ancestrale orrore del buio come generatore di incontrollabili creature demoniache o inumane. Quel film, girato in tempo reale, dentro un unico luogo, una casa in mezzo alla campagna, con mezzi professionali, ma non sofisticati, ha fatto scoprire al pubblico l’idea che l’horror possa non essere per forza di cose solo un fatto hollywoodiano o comunque dell’America benestante, ma un tema che più generalmente sa diventare genere un po’ ovunque, nel rispetto di quelle  coordinate e di quegli scenari del tutto simili da un luogo all’altro, confermando, in fondo, l’universalità dei generi, dei principi vitali e diffusi per quella perpetuazione del cinema e dell’immaginario uguale ad ogni latitudine, che il cinema crea e che mette in scena dopo averlo riprodotto. A distanza di dieci anni o poco più, l’horror uruguayano si rifà vivo nei circuiti italiani e spetta alla halloweeniana manifestazione tarantina di Monsters ad offrire l’occasione di questa circuitazione, sebbene limitata, ma non per questo di minore efficacia (a questo servono in fondo i festival, una vetrina per gli appassionati e per chi voglia fare, conoscere e diffondere).

 

 

Red Screening di Maximiliano Contenti, come il suo illustre predecessore, rispetta le unità aristoteliche e il cinematografo, il luogo fisico, diventa scenario topograficamente adatto per mettere in scena una serialità di omicidi che, classicamente o quasi, hanno come sfondo la passione per il cinema, per l’horror, con l’ossessione del guardare che diventa la causa di una condanna senza appello. Red Screening è dunque un classico slasher movie, girato tutto in uno spazio contenuto, una grande sala cinematografica, sul presupposto di un tempo reale, benché sottoposto a manipolazione che ne altera sottilmente la temporalità, e lineare nel suo sviluppo secondo la terza legge aristotelica. Ne deriva un film compatto, credibile, che sembra nutrirsi e generarsi, a sua volta, dentro l’immaginario horror. È forse questo il suo maggiore pregio, quello di avere attinto ai tanti film che hanno segnato la crescita del genere, eppure di avere una sua personalità, nonostante qualche incertezza del doppiaggio che sembra sacrificare il lavoro di direzione degli attori (ma ci siamo ormai abituati). Red Screening si rivolge ad un pubblico giovanile e forse in fondo sono i tre amici adolescenti i veri destinatari del film, tanto che gli altri spettatori sembrano lì per caso e per fare altro. Nella grande sala cinematografica, mentre fuori Montevideo è sotto una pioggia battente, si proietta un film che vede per protagonista una specie di Frankenstein dei tropici assetato di sangue. Il serial killer, quello che seminerà il terrore, è vestito con una vecchia cerata con cappuccio e, simbolicamente, dopo avere ucciso le sue vittime strappa loro gli occhi conservandoli in un nauseante barattolo di vetro con la salamoia come per le olive.

 

 

Il senso è evidente e l’immaginario di Red Screening si nutre di un gore quasi ideale, rimandando indietro nel tempo, recuperando immagini e vicende che si rifanno ad una classicità che sa utilizzare al meglio, sfruttando l’unità temporale, di luogo e di azione che caratterizza la storia. Un film si direbbe senza orpelli, racchiuso dentro i meccanismi della paura che attanagliano i malcapitati stretti tra l’immaginario Frankenstein che vive sullo schermo e il cacciatore di occhi che si aggira minaccioso per la sala. Sono gli occhi, ancora impregnati delle immagini horror, a scatenare la furia omicida del serial killer, che sembra voler imprigionare quelle immagini e conservarle a futura memoria. L’immaginario della paura per Contenti non può che consumarsi dentro lo spazio esclusivo del cinema, che si trasforma in luogo e metafora di un orrore in equilibrio tra la veglia e il sogno. Red Screening si manifesta in un aspetto favolistico e claustrofobico, che fa a meno di ogni razionalità della giovane studentessa di ingegneria, e sa guardare alla fantasia infantile là dove si conserva pura, come forma affascinante delle emozioni, che si desidera(va)no e si ritrova(va)no, soltanto di fronte ad uno schermo. Questa navigazione contraria al tempo è l’altro pregio di questo piccolo film.

 

 

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