Monsters Taranto – L’eleganza del male in Megalomaniac, di Karim Ouelhaj

Megalomaniac l’ultima creatura visiva del regista belga Karim Ouelhaj si è assicurato il primo premio alla quinta edizione del crescente Monster Festival tarantino, occasione per una rassegna di opere invisibili di quell’horror contemporaneo, cinema borderline dell’immaginario, da sempre rappresentativo di quell’onirismo perturbato e insistito sul quale, in fondo, il cinema ha trovato terreno fertile. È proprio in questa accezione che va guardato il nuovo film di Karim Ouelhaj che, con le sue atmosfere cupe e abiette, sa scavare nella quotidianità mostruosa della cronaca, nella coscienza maligna dei suoi protagonisti e nelle pieghe segrete di una femminilità negata, ma rivendicata. Un programma per nulla semplice per un film che, benché di genere, aspira ad ottenere dal proprio pubblico un altro sguardo, un’attenzione che sappia sfondare i limiti dell’horror in un viaggio inquietante dentro un labirinto di pulsioni, desideri e voci che sembrano quasi riecheggiare nella casa barocca e decadente abitata dai due protagonisti. Negli anni ’90 le sanguinarie gesta di quello che fu chiamato il Mostro di Mons occuparono le cronache dell’informazione. Il serial killer prediligeva le donne fragili e sole che, torturate e uccise, venivano abbandonate a pezzi dentro sacchi neri dei rifiuti. Partendo da questo spunto della cronaca, Ouelhaj continua la storia immaginando gli ipotetici figli del mostro, Felix e Martha, che in quella radicale ossessione continuano a perpetrare le gesta paterne. Martha, non avvenente, lavora occupandosi delle pulizie in una fabbrica, derisa e abusata dai suoi colleghi maschi. Felix, vera anima nera, si occupa di dare seguito all’eredità paterna con la complicità della sorella, segretamente innamorata di lui.

 

 

Il film, che non concede nulla allo spettatore privo come è di alcuna accondiscendenza, si affida ad un grigiore quasi tenebroso, che dalla fabbrica dove Martha lavora si estende alla quotidianità degli spazi aperti per trovare la sua ultima destinazione proprio in quella dimora dell’orrore dove i due fratelli vivono. È proprio lo spazio indeterminato di questo sontuoso e decadente appartamento, su due o più piani e dai muri ingrigiti da un’incuria che riflette le coscienze dei suoi abitanti, a diventare il terzo protagonista del film nel labirinto che propone e che riflette, nei suoi chiari, ma soprattutto nei suoi scuri, gli abissi segreti di un male che appartiene al mondo cui le mura del luogo danno spazio. È con questi crediti che Megalomaniac pur attingendo dalla cronaca sa presto spogliarsi da ogni legame con quelle vicende per indagare sulla mostruosità di una realtà confinante con quella di ciascuno, creando una genia di nuove mostruosità che rinnovano il passato reinventando una casalinga malvagità invisibile e sempre brutale. Cinema del passato e cinema del presente incrociano le proprie strade in questo horror elegante e ferino, nei cui assunti si rinviene anche quella necessaria riflessione sulla femminilità negata rappresentata dalla figura di Martha, ingiuriata per il suo aspetto fisico non avvenente, ma ape regina vendicatrice e consapevole progenitrice di un male che continua. È in questo sfiorare il passato che va da Rosemary’s baby agli altri innumerevoli film sul tema dell’eredità del demoniaco, ma interpretati in una chiave originale nella quale il perturbamento della diversità del male che esplode nel privato diventa silenziosa accettazione dell’umiliazione in pubblico, che il film di Ouelhaj trova la sua chiave interpretativa migliore per un male che resta diffuso e quasi non scrutabile.

 

 

Il dato forse più interessante del film è proprio l’indagine sulla rappresentazione che parte, come si accennava, da un’idea originaria di eleganza, che sembra addirittura accentuata dalla inquietante e nerissima visione che permea con la vischiosa materialità del sangue, i momenti più cruenti del film. Una componente che detraendo dalla paura dello sguardo, accresce l’inquietudine per quella diversità del male che appartiene ad una genesi che deve perpetuarsi. Ed appartiene alla raffinata rappresentazione anche il tema dei contenuti che il film sa restituire ai suoi protagonisti, dalla lucida visione della rappresentazione dell’aspetto demoniaco di Felix alla capacità di mostrare la segreta e insospettabile sensualità di Martha quando è posseduta dall’inconfessabile desiderio sessuale, tema questo che sa farsi acceso e inatteso ribaltamento dello sguardo, imprevista soluzione e sorpresa per lo spettatore. Ma anche approccio originale per una interpretazione differente del rapporto tra i temi della bellezza e della sensualità, dell’antica questione dei rapporti gerarchici tra i sessi e del desiderio, che trova nella materica corporeità del male l’approdo ultimo di ogni sua espressione.