Morte in collegio: Seance – Piccoli omicidi tra amiche, di Simon Barrett

Le mani nell’horror Simon Barrett le aveva già intinte prima di questo passaggio dietro la macchina da presa, in quanto sceneggiatore di fiducia di Adam Wingard (suoi gli script di A Horrible Way to Die, The Guest, You’re Next e Blair Witch). La scelta per il debutto va in direzione di un thriller scolastico che paghi tributo a certe atmosfere anni Novanta: le note di produzione sono esplicite in questo senso e richiamano serie televisive come The Babysitter’s Club o Nancy Drew, ma si potrebbe tranquillamente aggiungere al lotto un cult come Giovani streghe, non considerando come il sottotitolo italiano si rifaccia proprio a un titolo molto celebre della stessa decade.In ogni caso, la linea di sangue stavolta è data dagli omicidi che colpiscono un gruppo di studentesse in un collegio femminile, probabilmente colpevoli di aver evocato il fantasma di una compagna morta fra quelle mura anni prima. A guidare l’indagine è la nuova arrivata, Camille, che deve vedersela anche con l’ostilità delle altre ragazze che non la vedono di buon occhio.

 

 

Come a voler riflettere proprio il nervosismo di questa coabitazione forzata, il film ondeggia tra vari registri: la traccia portante va nel senso di un horror d’atmosfera, con presenze che si annidano negli angoli, lavorando sul confine di quel vedo/non vedo che può lasciare il dubbio circa l’effettiva presenza di una componente soprannaturale, in modo da descrivere una ghost story suo malgrado. Su questo, però, Barrett innesta altre direttrici, dal giallo di pura detection, al teen movie in cui riflettere le ansie delle giovani protagoniste, al romance, fino a deviazioni nel puro gore e in un’ironia grottesca che si estrinseca in pochi e studiati momenti. Sebbene la regia riesca a gestire con una certa scioltezza il gioco degli spazi e la creazione di momenti horror ben coreografati, ugualmente i vari toni faticano a creare un insieme credibile, complice anche una vicenda debolmente congegnata e poco accattivante. Il cast segue a ruota, con una recitazione sommessa e anch’essa indecisa sulla direzione da far prendere alla vicenda. Meglio quando le attrici sono lasciate ai piccoli intervalli in cui si sganciano dal plot per vivere lo spazio della scuola, interagendo fra loro con più naturalezza o lasciando emergere il nervosismo dei corpi. Proprio per questo a emergere con più forza è l’ex modella Suki Waterhouse, che disegna con pochi tratti una protagonista di cui si avverte un certo vissuto lacerante, ma dove a emergere è anche una certa asprezza da eroina western (in particolare nel finale in cui si allontana come un cowboy d’annata). A lei il compito di reggere sulle spalle un progetto debole, che si lascia così paradossalmente ricordare più per i brevi momenti di rilassatezza che per i picchi violenti della vicenda thriller.