Il profondo desiderio dei potenti, ambire all’eternità per lambire lo sguardo di Dio: la Commedia divina di Alexander Sokurov, infine arrivata (in Concorso a Locarno 75), si chiama Skazka ovvero Fairytale, come da titolo internazionale, ed è un magnifico arazzo slabbrato e dalla tramatura consunta, che raduna in un limbo kafkiano le spoglie spirituali dei potenti, ai quali nel corso degli anni il maestro russo ha dedicato i suoi film: Stalin, Hitler, Napoleone e anche Mussolini e Churchill… Persino Gesù Cristo sta lì, seminudo e dolorante, in attesa di conferire col Padre assieme a tutti quei tiranni ossessionati dalla vittoria e consumati dalla sconfitta. Morti in attesa di udienza dietro la porta chiusa del Signore, nemmeno un guardiano a sbarrargli la strada, solo l’impassibile uscio dietro al quale Dio si nasconde pigramente, un po’ annoiato e un po’ spaventato da quella piccola orda di questuanti dall’ego ingombrante, ognuno moltiplicato in più fratelli che ne scandiscono le differenze d’umore e di abito. Si ride in questo film di Sokurov, più di quanto si sia ridacchiato qua e là in certi suoi ultimi lavori (Faust per esempio), ma in realtà Skazka è una commedia che arriva amaramente a tempo ormai scaduto, quando il sorriso si scopre fuori luogo perché lo spettacolo è terminato e in scena non c’è più nessuno.

 

 

Questo è un film che sta nel mondo ormai finito, l’umanità è una massa informe che monta ai piedi delle putride anime di questi potenti, un blob impressionista di corpi squagliati in un flusso inarrestabile, non si capisce bene se osannante o furente. Il silenzio della vita ormai scomparsa si oppone al brulichio cacofonico del Faust, tanto quanto all’esistere postumo in cui erano calati Taurus, Sole, Moloch: Skazka è un film che dice proprio la fine del tempo, l’azzeramento della Storia in una consunzione di attese che non hanno esito. Il giudizio di Sokurov è impietoso, non c’è né condanna né perdono, resta solo la macerazione di quei corpi nel loro putrescente restare eterni e immobili.
Reincarnati da attori che replicano fedelmente gesti e dettagli dei materiali di repertorio, questi potenti sono delle sagome animate in una grafica digitale impressionista, desaturata nei colori e privata dei dettagli, immiserita nella definizione per una sorta di consunzione del conoscere. L’eternità cui questi uomini di potere ambivano diventa la trappola per contrappasso di un eterno attendere la fine del tempo, il transito nella luce divina. La pigrizia di Dio, che sta dall’altra parte della porta, è l’opposto sentire della condanna della Storia cui Sokurov accenna implicitamente, lasciando che il Padre, Abba, dimentichi il Figlio nel limbo dei potenti. L’apoteosi finale che monta nel flusso informe e famelico dell’umanità è quel che resta dell’apocalisse: Sokurov condanna la Storia all’infamità.

 

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