“La canzone, nella sua costruzione, è un po’ come il cinema”. Parola di Paolo Conte, il cantautore italiano con l’immaginario più cinematografico che ci sia, che sul grande schermo ora ci arriva davvero, nel docufilm diretto da Giorgio Verdelli. Come quasi sempre accade con le iniziative speciali della Nexo Digital, anche nel caso di Paolo conte, Via con me si parte con una programmazione secca di tre giorni, poi si vedrà. Il biopic di Verdelli – regista napoletano specializzato in lavori a tematica musicale – è stato presentato fuori concorso al Festival di Venezia, dove l’assenza “fisica” del protagonista (consigliato dal suo medico di evitare la sortita al Lido) è stata solo in parte compensata da un intervento video istituzionale, in cui ha rammentato le coordinate dell’operazione (fortemente voluta dall’attuale manager, Rita Allevato) e offerto timide chiavi di lettura per accedere al suo mondo. Un mondo che resta perlopiù impenetrabile anche dopo la visione: Verdelli costruisce infatti un quadro abbastanza puntuale, che alterna la musica secondo Paolo Conte con le voci di amici o ammiratori, condendole con immagini di repertorio, estratte specialmente dagli inesauribili archivi della Rai; ma al film manca il coraggio di scavare a fondo nel fuori onda, di andare a cercare l’uomo (magari anche l’avvocato) dietro il personaggio, incrinando quel muro di sobria ritrosia eretto intorno alla propria vita privata. Manca qualcosa, dunque, ma il contenitore (con la voce narrante di Luca Zingaretti in veste di commissario Montalbano e una Topolino amaranto per guidarci nell’universo contiano) non delude in quello che c’è, a partire dalla stralunata ma folgorante definizione schioccata da Vinicio Capossela: “Conte è il riassunto della canzone italiana come la lucertola è il riassunto del coccodrillo”.

 

 

Il più erudito e versatile esponente della canzone d’autore nazionale (capace di mescolare Cesare Pavese con l’epica sportiva, Charles Baudelaire con le reminiscenze da oratorio, Guido Gozzano con Dino Risi, Paul Gauguin con il simbolismo francese); il provinciale sognatore, felice di esserlo; lo chansonnier con la voce stropicciata come la faccia di Robert Mitchum al mattino; l’illustratore che ha tradotto in parole e note molti sogni italiani: Conte, insomma, viene raccontato da Francesco De Gregori, da Pupi Avati, da Caterina Caselli, dal fratello Giorgio e da Jane Birkin, da Renzo Arbore e Jovanotti, da Stefano Bollani e tanti altri. E c’è Benigni mattatore, non tanto per le (agiografiche, quasi stucchevoli) testimonianze attuali, ma per i pezzi risalenti di straordinaria bravura, come l’improvvisata sul palco del Tenco, quando si scatenò nell’esilarante ballad Mi piace la moglie di Paolo Conte. Qualcosa trapela dei gusti del sommo Paolo: dichiara personalmente che “Enzo Jannacci è stato il più grande cantautore che l’Italia abbia avuto”; avviene invece per interposta persona, per il tramite di Vincenzo Mollica la rivelazione secondo cui il creatore di Azzurro avrebbe da sempre ritenuto che “Celentano è il miglior interprete, perché ‘sente’ le cose che canta”. Il regista Patrice Leconte, dal canto suo, sostiene che i francesi adorano alla follia Conte come hanno adorato in passato Mastroianni, il quale pare avesse indicato a suo tempo l’astigiano come l’attore ideale per Sostiene Pereira di Roberto Faenza, che fu per contro tra gli ultimi film (l’ultimo prodotto in Italia) interpretati dal divo romano. Qualcosa di più personale suggerisce Conte in ordine alla sua attitudine artistica: se ci sono alcune cose che Verdelli perde un po’ per strada (la dichiarata passione per lo xilofono, suonato nelle prime esperienze live, per esempio, non è praticamente documentata), non così accade con la confessione dell’artista di aver dato per lungo tempo più importanza alla musica che non alle parole, salvo capire che potrebbe essere ricordato per le liriche: “La musica fa la pagina, è quella che va d’accordo con i giri dell’orologio, però ultimamente mi rincuora pensare ai testi che ho scritto”. Qua e là, l’atmosfera del film evoca nostalgia, tra jazz, balere fumose e ritmi sudamericani, eroi di paese e club polverosi, ironia sorniona: l’universo di Conte che si estrinseca in tutta la sua magia. La quale si ritrova intatta in Concerti (1985), il primo album dal vivo dell’artista, ristampato dal 2 ottobre in edizione limitata da collezione, in doppio vinile “cristallo”.

 

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