Ribaltare il mondo: Il ragazzo e l’airone, di Hayao Miyazaki

Dove eravamo rimasti? Alla guerra che si presentava all’orizzonte di Jiro Horikoshi nel finale di Si alza il vento e che stavolta segna il destino dei personaggi già all’inizio della nuova storia. Il ragazzo e l’airone, in questo senso, non è soltanto il film del ritorno di Hayao Miyazaki dopo l’annunciato (ennesimo…) ritiro: è anche un’opera che riannoda i fili di un discorso mai interrotto perché sempre attuale, dove il passato diventa il presente e getta la sua ombra sul futuro, ora che la guerra è (ancora) materia della cronaca di tutti i giorni. Il tono iniziale per questo è più cupo, umbratile anche nelle sonorità più ossessive della colonna sonora del fidato Joe Hisaishi e si incarna in Mahito, orfano della madre morta tra le fiamme – in una sequenza dai contorni “scomposti” di rara bellezza espressiva. Il ragazzo elabora il lutto chiudendosi in sé stesso, diventando un tutt’uno con il grigiore dei suoi abiti, mentre il padre si è risposato con Natsuko, sorella minore della defunta moglie. Qualcosa però chiama, nella forma di un airone-uomo che è una delle invenzioni più grottesche partorite dalla fantasia di Miyazaki, creatura leggiadra eppure terribilmente sgraziata, che inquieta persino con il suo gracchiare, pure quello, ossessivo. È l’ambasciatore fra le realtà che Mahito dovrà attraversare, per incontrare forse ancora la madre e per salvare la matrigna che non ha mai realmente accettato ma che ora non può permettersi di perdere.

 

 

Il percorso personale diventa così un viaggio sospeso fra più estremi e dimensioni, che Miyazaki si diverte a ribaltare nei presupposti e negli esiti: il mondo reale è grigio e distrutto dalle fiamme, che invece sono l’elemento salvifico nell’altrove fantastico che la fa da padrone nella seconda parte del racconto. Un aldilà al contrario, un dichiarato inferno che ha però toni pastello, dove la Natura e gli elementi (l’aria, l’acqua, la terra, il fuoco appunto) regnano liberi, snocciolando creature dalle forme morbide e, soprattutto, dove le anime non sono quelle di chi ha abbandonato la vita ma quelle che ancora devono nascere. E dove chi regge le architravi del mondo è un mago un po’ alla Oz – ispirato all’amico e collega scomparso Isao Takahata – di cui si può persino rifiutare il lascito per tornare a casa. Qui a dominare sono creature del volo, da sempre centrale nella poetica dell’autore, ma che stavolta è ostile: più ancora dell’airone, si pensi ai pellicani famelici o ai parrocchetti militarizzati. Se quindi da un lato il Miyazaki ottantatreenne si diverte a citarsi (alcuni passaggi nella torre possono ricordare La città incantata, altri in mare Conan il ragazzo del futuro) e corteggia la narrazione autobiografica – il titolo originale How do you live? è quello del libro che la madre gli aveva donato da ragazzo – per il resto insegue un’idea di racconto “liberato”, dove la fantasia possa correre a briglie sciolte, al punto tale che lo spettatore può anche faticare a ritrovarsi nel sistema di regole messo in piedi e spesso altrettanto velocemente disatteso.

 

 

Riannodare i fili diventa quindi solo l’inizio di un percorso volto a ribaltare il mondo e in cui si racchiude il senso dell’opera e l’augurio per le nuove generazioni: non chiudersi in sé stessi come il Mahito della prima ora, ma lottare per trovare il proprio posto nella realtà e rinsaldare la forza dei legami affettivi, superando gli orrori della guerra. Lo stile, dal canto suo, segue le stesse regole sospese tra differenti estremi: gli sfondi creati da Noboru Yoshida riecheggiano il piacere tipico dello Studio Ghibli per il tratto materico e pittorico, su cui si muovono personaggi animati con precisione, anche quando scontornati nella già citata sequenza iniziale più “espressionista”. Ma a questi si unisce un uso più contemporaneo del digitale 3D, che pur simulando le tecniche tradizionali dona consistenza e volume a scenografie e ambienti e segue gli esperimenti condotti sul corto Boro the Caterpillar – inedito, ma il lavoro per la sua realizzazione e l’approccio dell’autore all’animazione in full cgi è ben raccontato nel documentario Never Ending Man: Hayao Miyazaki, di Kaku Arakawa. Passato e presente che ancora una volta si incontrano in forma poetica per plasmare un autentico inno alla vita.