«Non sono io rinchiuso qui dentro con voi. Siete voi rinchiusi qui dentro con me…»
Alan Moore – Watchmen

 

I volti tesi, da un lato e dall’altro delle sbarre. I corpi nervosi ripetono ossessivamente gli stessi gesti: chiudere e aprire cancelli e porte, fumare ossessivamente sigarette una dopo l’altra, mangiare cibo scadente, camminare in pochi metri quadrati. Ogni attività ricreativa cancellata, ogni incontro con i parenti annullato. La vita carceraria ridotta all’essenza spietata di un restare fuori dal mondo e dentro a un altro, che non è vero “mondo”, se non ripetitività, limite, clausura forzata, sospetto. La vita nella sua essenza più cruda e stantia. Tutti – nessuno escluso – guardano un unico vuoto al centro di celle o stanzoni comuni. Tutti in attesa di un trasferimento che, forse, non avverrà mai. Le guardie come compagni di una squadra perdente (paiono un manipolo preoccupato di tenere sotto controllo un avamposto troppo grande e abbandonato), compagni di squadra comunque con ideologie diverse, su posizioni e frizioni divisive nella gestione di qualcosa di ingestibile. I carcerati come affratellati dall’essere dall’altra parte, comunque con razzismi («non voglio stare con quello zingaro», «io non con il negro»…) o vero odio per quelli che hanno commesso un crimine “imperdonabile” (il malato di Alzheimer Arzano, interpretato da Nicola Sechi, pare abbia ucciso la figlioletta).

 

 

Finché qualcuno non comincia a guardare l’altro con sguardo nuovo. L’aria è, come suggerisce il titolo, ferma.
Anzi, “Ariaferma” scritto tutto attaccato, probabilmente perché non c’è altra aria dentro al carcere se non quella malsana, di corpi reclusi in uno spazio, di sigarette fumate al chiuso, di sudore e cibo, di piscio e malessere…
Il nuovo film di Leonardo Di Costanzo è uno straordinario sguardo su un carcere che non esiste, eppure è tremendamente vero e tangibile con occhi e sensi (pare di sentire addosso l’ariaferma). In un’attesa estenuante che rimanda sempre a “domani” un trasferimento. Il carcere di Mortana sta per chiudere, i carcerati e le guardie dovrebbero essere trasferiti altrove. La direttrice se ne è andata come quasi tutte le guardie e quasi tutti i carcerati. Sono rimasti solo pochi “secondini”, guidati per ragioni di anzianità da Gaetano Gargiulo (straordinario Toni Servillo). I reclusi sono dodici – come gli apostoli, come le tribù di Israele – ai quali si aggiungerà un giovane tredicesimo, Fantaccini (magnifico Pietro Giuliano). Poveri cristi che hanno commesso crimini intuibili (racket, rapina, spaccio, scippo…). Tra loro, il leader silenzioso e più rispettato è Don Carmine (Silvio Orlando perfetto).
C’è qualcosa di estremamente “buzzatiano” nella terza opera “di fiction” dell’autore de L’intervallo e L’intrusa.
Un’attesa estenuante che arrivi “domani”: ne arriveranno tanti e il film si chiuderà in un “finale aperto”, un domani rinviato ancora…Un carcere panottico, che pare una fortezza Bastiani, quasi completamente abbandonata a se stessa. Le celle in disuso, fuori dallo sguardo umano o delle telecamere, saranno il luogo in cui il fragile ragazzo Fantaccini si rifugia, devastato da una notizia dell’avvocato, e tenta di farsi del male.

 

 

Ci sono film talmente nitidi nella loro potenza espressiva che è quasi difficile scriverne, parlarne, metterne a fuoco il senso a parole. Ariaferma di Di Costanzo, fra l’altro, è un film che fa magnificamente economia di parole. Arriva al nostro sguardo, la pelle, il cuore soprattutto attraverso i volti, le immagini di un luogo, gli sguardi dei protagonisti in campo. Davanti e dietro le sbarre. E poco cambia. Di fatto guardie e carcerati sono tutti nella medesima gabbia.
«È dura sta’ in cacere, eh?» dice Don Carmine all’agente Gaetano. «Io non sto in carcere» risponde il poliziotto. «Ah no? Mi pareva di sì» ribatte serafico Carmine. Gaetano è una guardia che ha la sensibilità e l’intelligenza di capire che l’unico modo perché la tensione non esploda in violenza è cercare di capire i carcerati. Protegge Fantaccini quasi come un padre. Gli sguardi fra guardia e carcerato si riconoscono e si specchiano. Gaetano esiste, Carmine e Fantaccini anche…In una notte di blackout, la guardia si siederà a tavola con i carcerati. Mangerà con loro in un’ultima cena. Al ritorno della luce il sogno dell’autogestione, forse, salta. Il ritorno alla quotidianità è brusco e immediato («rientrate nelle celle!» «richiudiamo le celle!»). In attesa di domani.

 

 

 

 

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