C’è un corpo fragile, instabile. Quello di un padre, che non è certo vecchio, ma ha subito il colpo di un’ischemia e ora ha tramutato la sua gentilezza in una scomposta danza di movimenti insicuri, arti incerti dinnanzi a qualsiasi spostamento, sguardi un po’ umiliati e un po’ rancorosi che rivolge alla figlia, Artemis, che è tornata ad Atene per accudirlo dopo anni di lontananza. Un po’ stranita, la ragazza vagheggia, nei confronti di quell’uomo ferito nel suo orgoglio, un’affettività impacciata, sospesa tra un’atterrita disabitudine alla cura e una certa abitudine anaffettiva nei confronti di un padre che non sembra conoscere poi troppo. È lì, Artemis, per dovere filiale e al posto della madre, che di quell’uomo non vuole più saperne da tempo, ed è tramite il suo spiazzamento affettivo che la trentunenne greca Jacqueline Lentzou costruisce la struttura espressiva di Moon, 66 Questions, suo primo lungo, che inaugura il concorso “Encounters” alla Berlinale 71. Il film è articolato in un progressivo avvicinamento di due corpi emotivamente compromessi, non tanto nella capacità relazionale, pure resa difficile dal timoroso approssimarsi della ragazza al dissesto fisico dell’uomo, quanto nella possibilità di comunicare la sincerità del loro reciproco essere. Stemperato nella sua fotografia sbiadita e come abbacinata, il film procede per capitoli che segnano il processo di avvicinamento tra i due, ovvero la scoperta di una verità rimossa, taciuta nella convenienza sociale e foriera di quella frattura che ha inciso il corpo della famiglia, determinando l’allontanamento di quel padre e quella figlia.

 

 

Le immagini in video analogico che contrappuntano il film, home movies familiari di vacanze e vita da weekend, rimandano episodicamente a una felicità trascorsa che rivela frammenti di una verità inammissibile per quell’uomo e quella famiglia. Il silenzio in cui è oggi immerso il padre è dettato dall’impossibilità fisica di parlare, ma è anche la versione patologica di un silenzio che per una vita l’uomo si è imposto, a pudica copertura della verità dei suoi sentimenti, della flagranza dei suoi desideri inammissibili di fronte al mondo. Basta qualche vecchia foto rinvenuta da Artemis, in cui il padre è assieme a un caro amico, per scoprire una verità che dice tutto eppure niente. Non è infatti la parola il punto di arrivo della consapevolezza. Non per il film almeno, non nella prospettiva della Lentzou, che invece nel discretissimo e lacerante finale preferisce l’abbraccio del non detto tra quelle due figure, per focalizzare il punto centrale del suo film e il percorso costitutivo della sua giovane protagonista. È nella crescita della relazione che Moon, 66 Questions elabora il suo vissuto, e lo fa in una struttura filmica che edifica per distrazione, costruisce per progressivi spostamenti del punto d’attenzione delle immagini, disloca le verità nell’aggiustamento a vista delle inquadrature. La stessa scrittura, che punteggia il processo della figlia sulle pagine del suo diario e che approda alla (non letta) lettera al padre del finale, è l’articolazione di un pensiero fragile perché nutrito dal silenzio, ma non incoerente e di certo non inammissibile. Artemis è, rispetto al padre, una presenza satellitare (come la luna del titolo alla quale rimanda il suo nome), un corpo presente e costante che si articola per ellissi e in ciò trova la sua relazione. La cosa più sorprendente di questo esordio è la capacità di essere maturo e insicuro allo stesso tempo, presente e assente, loquace e silenzioso: esattamente come la sua protagonista…

 

 

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