Si ha un bel dire dell’immaginario infantile. Se poi l’immaginario si alimenta a Macondo, un quartiere lontano e disperso da quella Vienna così austera, le cose si complicano. Ramasan vive in questo casermone per rifugiati di varie etnie ed è in questo luogo, che forse si chiama Macondo, come il fantastico paese di Aureliano Buendia in Cent’annidi solitudine, che si sviluppa la sua coscienza e prende forma il suo futuro di uomo. La Cecenia è il suo luogo di origine, ma oggi vive con la madre e le due sorelle più piccole. È l’uomo di casa, nonostante i suoi undici anni, e si fa carico della responsabilità di assumere decisioni. Il padre è un ricordo lontano, ma forse addirittura inventato, ma il piccolo Ramasan vive nell’ammirazione per quest’uomo sconosciuto probabilmente morto nella guerra in Cecenia. Poi un giorno arriva Isa, che dice di essere stato amico del padre. Porta qualche oggetto che era appartenuto al commilitone e nutre una attrazione per la madre di Ramasan che, ingelosito, smette di essergli amico e anzi lo tradisce ingiustamente. Ma è attraverso questi errori che la coscienza prende forma e Ramasan diventerà uomo.

 

 

Macondo dell’iraniana/austriaca Sudabeh Mortezai, qui all’esordio nel lungometraggio, dopo qualche lavoro documentario cinema, è un film di formazione e non si occupa, se non incidentalmente e in modo, si direbbe, extra diegetico, della questione dei rifugiati e non è un altro film sull’esilio più o meno volontario, né un film sull’infanzia violentata dalla guerra. È, piuttosto, una riflessione su una situazione di assenza, su un vuoto da colmare, su un futuro che non si sa immaginare senza una guida maschile che faccia da contrappeso all’abbondanza di presenze femminili nella propria vita (la madre e le due sorelle). Ramasan fa da fratello e padre alle due sorelle, ma avrebbe bisogno lui di qualcuno che lo guidasse e gli indicasse la strada giusta da seguire. Ambientare questo film che in realtà guarda al formarsi della coscienza adulta, in un luogo come quel Macondo, che di immaginario ha ben poco, significa accentuare i tratti di un isolamento e di uno sradicamento, l’incerta verità di un sempre difficile adattamento ad altre e differenti tradizioni. È questo il tratto caratteristico e costante che attraversa tutto il film, l’instabilità emotiva del piccolo protagonista, un sentimento che sembra slegarlo da ogni rapporto di amicizia stabile con i suoi coetanei e la regista iraniana sottolinea questo tratto con una frammentazione quasi documentaria delle giornate di Ramasan, tra la scuola e il dopo della scuola, fatto di vuoto e di contrastanti sentimenti che non trovano collocazione sicura e non diventano mai un’ancora sulla quale fare affidamento. Ramasan sembra non avere certezze e non ha amici, se non occasionali compagni di giochi e anche il gioco diventa evento episodico. È la natura apparentemente documentaristica del film di Sudabeh Mortezai a indurre a poterlo erroneamente identificare con un progetto che appartenga alla categoria dell’indagine sociale. Il baricentro del film, invece, risiede altrove e va ricercato nella sfera introspettiva, in quello sguardo esclusivo che l’autrice riserva al suo giovane protagonista. Forse il tratto che più colpisce, in Macondo, in cui il realismo diventa essenziale tratto narrativo dentro il quale in cui si sviluppa la coscienza di Ramasan, è proprio l’assenza di alcun immaginario che non sia quello di una ancestrale immagine mancante che segnando il passato di Ramasan, oggi si riflette sul suo presente. È il vuoto consistente della memoria che non può che essere ricostruita a non dare pace al ragazzo. Ciò che può fare è quello di rimettere insieme i pezzi e le immagini “estranee” al proprio passato: la fotografia del padre giovane alla quale dedica più di uno sguardo nel tentativo di fissare negli occhi la sua figura imponente, le cose del padre, l’orologio che resterà seppellito in una specie di cerimonia funebre che diventa cesura definitiva tra un prima e un dopo, tra la sua natura infantile e l’acquisizione di una consapevolezza adulta.

 

 

È l’eterna favola di Pinocchio che ritorna anche in Ramasan, è il formarsi della coscienza umana che Mortezai guarda con affetto e partecipata emozione. In questa prospettiva, il film della regista iraniana sembra proiettarsi più nel futuro che nell’immediato presente, rappresentando, se si vuole entrare in un terreno limitrofo, ma non strettamente appartenente alle finalità del film, si potrebbe aprire una interessante riflessione sui nuovi assestamenti delle società occidentali, di quella europea in particolare, in quel divenire in cui le collettività saranno formate da una eterogenea moltitudine di etnie che sovrapporranno le proprie e differenti memorie, storie e culture. Il cinema ha saputo immaginare questo futuro stratificato di segni e culture (Blade Runner) e la storia del piccolo Ramasan, su un versante di stretto realismo, senza prefigurazioni immaginarie, ci restituisce una vita possibile per il futuro oltre che l’immagine di una coscienza in formazione. Sudabeh Mortezai sa avere la mano felice nel tratteggiare il profilo del suo personaggio, sa assumere l’ambientazione come invenzione dell’unico immaginario possibile che si nutre di povere cose, ma senza pietismi e commozioni, sa lavorare sui rapporti umani che legano le storie e sa sottolineare con forza il suo intento artistico che ha la finalità di ricondurre il cinema in quella difficile direttrice in cui la formazione della coscienza, diventa apprendimento di un sapere composito e mutevole. Ramasan non ha scampo, l’età adulta lo ha accolto tra le sue braccia.

 

Il film è visibile gratuitamente sulla piattaforma ArteKino fino a fine mese.

https://www.artekinofestival.com/film-month/macondo?now=1

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